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Archive for the ‘comunicare in azienda’ Category

 

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Ciascun essere umano è in sé un micro sistema economico con bisogni e risorse,  ed spinto all’azione da pensieri e desideri, consapevoli o meno. All’inizio del percorso evolutivo questo micro sistema economico risponde a principi istintuali ma man mano che l’individuo evolve la modalità istintuale cede il passo ed il sistema diviene responsivo ad una maggiore consapevolezza, presa di coscienza e responsabilità. Questo perché  ogni micro sistema (l’Essere Umano) è inserito in una rete che lo collega ad altri micro sistemi con cui entra il relazione, e talvolta anche in conflitto. Ogni “passaggio evolutivo” avviene attraverso una serie di situazioni definite di “crisi” che determinano al contempo una situazione di pericolo ma anche una opportunità di crescita ed evoluzione. Lo stesso principio riguarda anche le imprese in genere e l’economia globale.   Per questo motivo è importante che  l’approccio nella consulenza aziendale sia sistemico e includa non solo fasi di consulenza ma anche fasi di counseling, che viene attuato in base agli strumenti del counseling ad approccio olistico, con strumenti e modalità che possano favorire il superamento delle situazioni di crisi.

 

 

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Talvolta può capitare che la persona che svolge un ruolo di coordinamento di più collaboratori sia effettivamente preparata professionalmente ma difetti di alcune qualità comunicative e relazionali con collaboratori e manager.  Alcune tecniche comunicative possono essere insegnate ed apprese, ma risulteranno artificiose e inutili se a livello emozionale la comunicazione non cambia. Sappiamo che la comunicazione verbale influenza per circa il 7% la relazione interpersonale mentre il restante 93% è collegato a quegli elementi che recepiamo “a pelle” attraverso l’inconscio e proprio perché inconsci li percepiamo attraverso sensazioni fisiche, stati emotivi. Controllare la gestualità e la mimica è possibile in un certa misura ma il risultato appare artificioso e poco spontaneo con scarsi risultati nel lungo periodo. Sentirsi a proprio agio nello svolgimento di un ruolo significa accettare ed affrontare ciò che quel ruolo comporta: preparazione (intesa come esperienza cognitiva e pratica), responsabilità (intesa come abilità a dare responsi) disponibilità a trasmettere le proprie conoscenze, tanto per fare alcuni esempi. Sembrano cose ovvie che però implicano alcuni fattori importanti quali: buon livello di autostima, conoscenza dei propri limiti e propri punti deboli, coraggio di affrontare ostacoli e sfide (inteso come “agio nel cuore” ). Queste qualità possono essere ri-scoperte, sviluppate e potenziate attraverso il counseling individuale. Riportare alla luce queste qualità significa fare pulizia di paure quali:  di non essere all’altezza, di condizionamenti su modelli educativi o manageriali appresi in precedenti contesti, o della paura di non riuscire a conciliare carriera e lavoro e dover rinunciare a qualcosa. Uno degli atteggiamenti più frequenti in chi svolge ruolo di “capo” è confondere l’autorità con l’autorevolezza eccedendo in modalità comunicative o di tipo aggressivo o di tipo passivo a causa dei fraintendimenti relativi alla funzione, gestione ed uso dell’energia aggressiva. Trovare il giusto mezzo non è un atto standardizzato da usare come formula magica con ogni collaboratore ma è un’azione che si rinnova di momento in momento a seconda dell’interlocutore, della situazione e del contesto.  Se il capo è donna poi è importante che non rinunci alle qualità specifiche di genere per imitare un modello che non le appartiene ma semmai che trovi la modalità che le è propria per svolgere  il proprio  ruolo.

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Mi capita spesso di occuparmi di problemi relativi alle relazioni tra dipendenti che svolgono ruoli diversi e con ordine gerarchico diverso. Il caso di cui parleremo oggi è quello in cui accade  che, al fianco di un organigramma formale, ne esiste uno reale diverso. In questo caso esistono delle relazioni trasversali, sul piano concreto, non previste e contemplate sulla carta. Questa situazione, in azienda, genera caos in termini organizzativi e gestionali ed occorre operare affinché venga ripristinato un giusto ordine. Se portare a galla queste dinamiche è piuttosto facile, non  sempre lo è l’intervento di modifica perché possono incontrare la connivenza inconsapevole di una parte dello staff interno. Un esempio:

Un dipendente ha la responsabilità di gestire l’attività di alcuni collaboratori ma, nello svolgimento del suo incarico può incontrare l’ostilità o il mancato riconoscimento effettivo di sottoposti e/o superiori (talvolta anche per motivi soggettivi che esulano l’ambito lavorativo -antipatie). Il soggetto, nel tempo, può correre il rischio di sperimentare un accrescimento di disistima, frustrazione, rabbia, senso di impotenza, mancanza di interesse verso il lavoro che possono strutturarsi in disagi più o meno intensi. Per contro il suo ruolo (che di fatto) rimane vacante e viene svolto indirettamente ed in modo non esplicito da uno o più soggetti di livello gerarchico diverso o paritario. E’ pertanto evidente che questo crea confusione nell’organizzazione interna e nelle relazioni con gli stakeholders. Portare alla luce questa dinamiche  può incontrare l’ostilità di chi occultamente occupa il “ruolo-vacante”  e teme di perdere potere e pertanto l’intervento correttivo più appropriato va effettuato con attenzione valutandone tempi e modi onde evitare bruschi contraccolpi interni, ma va a vantaggio della gestione d’impresa perché favorisce chiarezza interna, efficacia lavorativa e migliora quindi le potenzialità economiche dell’impresa in questione.

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Vorrei qui portare un po’ di chiarezza nell’indicare in quali contesti il counselor aziendale e sociale può essere utile per un imprenditore o per i suoi collaboratori. Avendo una formazione lavorativa di tipo aziendale ciò che io faccio può includere non solo il counseling ma anche una serie di consulenze ed informazioni di tipo più pratico legate all’esame dei dati di bilancio ed alle scritture contabili e alla valutazione delle strategie e dei processi organizzativi; naturalmente si tratta di attività distinte la prima mirante a far emergere i processi e le dinamiche inconsce che creano problemi ed ostacoli all’interno dell’azienda la seconda volta invece ad attuare attività pratiche  e specifiche che possano generare i cambiamenti necessari. Evidenziamo ora alcuni esempi in cui l’intervento del counselor e di un consulente organizzativo può essere efficace.

Avviare una nuova attività , uscire dalla compagine societaria in cui si è soci, proseguire o meno un dato progetto aziendale…. questi temi e molti altri, possono talvolta togliere il sonno ed essere fonte di stress per l’imprenditore in questione diviso tra due voci interiori spesso ugualmente forti che causano una situazione di stallo facendogli perdere quella tempestività che avrebbe potuto essere provvidenziale. Il piccolo imprenditore, che opera da solo o con la collaborazione di pochi altri addetti può invece avere problemi di tipo più pratico e che necessitano di valutare diverse strategie imprenditoriali, o di svolgere una  valutazione delle proprie risorse e punti di forza nonchè dei punti deboli che lo caratterizzano imprenditorialmente, o semplicemente attivare una organizzazione del lavoro più efficiente e dinamica. Ma anche la donna divisa tra gli impegni familiari e quelli lavorativi, con tempi e ritmi spesso di diffcile conciliazione, un licenziamento improvviso  o un nuovo ruolo in azienda che avevamo tanto desiderato ma che ora ci piomba addosso con tutta la responsabilità che questo comporta e le invidie che può scatenare. Ed ancora… inserirsi in una nuova azienda di cui non si conoscono le regole, i colleghi e le dinamiche ed accorgersi di essere “osservati” attentamente come potenziale “nemico” da sconfiggere, o lavorare a stretto contatto con lavoratori stranieri con tutte le difficoltà che questo comporta sia di carattere prettamente linguistico che culturale. Qui sopra ho elencato tutta una serie di situzioni possibili ( ma ce ne sono molte altre) in cui può essere utile rivolgersi ad un counselor aziendale per verificare, attraverso l’ausilio di una figura esterna che non è coinvolta direttamente, tutta una serie di fattori altrimenti non identificabili proprio perchè chi è immediatamente coinvolto in una certa situazione  non sempre riesce a vedere il problema con chiarezza o, se lo vede, fa difficoltà ad attuare dei cambiamenti. Perchè questo? Ogni cambiamento di “direzione”, ogni novità, sia di tipo organizzativo che di esperienza di vita, porta con se sia tutta una serie di “emozioni ed attitudini positive” quali, entusiasmo, interesse, impegno, dedizione, piacere, ma anche una serie di “emozioni ed attitudini negative” quali: paura di “fallire”, preoccupazioni, sensazione di non avere sufficienti forze ed energie,   incertezza, paura di sbagliare e mille altre ancora. Queste diverse “correnti di emozioni e pensieri” si scontrano generando situazioni di stallo che determinano inerzia con la sensazione di non avere una via di uscita. Altre volte invece, a minare le nostre iniziative possono essere sentimenti di bassa autostima, mancanza di assertività, scarsa determinazione che possono spostare l’ago della bilancia verso situazioni ed esperienze non piacevoli. Confrontarsi con la figura professionale del counselor ci permette di osservare noi e la nostra attività con maggior precisione, come se stessimo osservandole attraverso uno specchio e questo aiuta qundi ad essere più imparziali ed istintivi verso noi stessi e verso il percorso lavorativo, e non solo, che vorremo intraprendere. Inoltre può aiutarci a rafforzare quelle qualità che abbiamo ma sono ancora in uno stato di latenza e che aspettano solo di essere scoperte ed utilizzate.

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