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Archive for the ‘società e benessere’ Category

 

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Ciascun essere umano è in sé un micro sistema economico con bisogni e risorse,  ed spinto all’azione da pensieri e desideri, consapevoli o meno. All’inizio del percorso evolutivo questo micro sistema economico risponde a principi istintuali ma man mano che l’individuo evolve la modalità istintuale cede il passo ed il sistema diviene responsivo ad una maggiore consapevolezza, presa di coscienza e responsabilità. Questo perché  ogni micro sistema (l’Essere Umano) è inserito in una rete che lo collega ad altri micro sistemi con cui entra il relazione, e talvolta anche in conflitto. Ogni “passaggio evolutivo” avviene attraverso una serie di situazioni definite di “crisi” che determinano al contempo una situazione di pericolo ma anche una opportunità di crescita ed evoluzione. Lo stesso principio riguarda anche le imprese in genere e l’economia globale.   Per questo motivo è importante che  l’approccio nella consulenza aziendale sia sistemico e includa non solo fasi di consulenza ma anche fasi di counseling, che viene attuato in base agli strumenti del counseling ad approccio olistico, con strumenti e modalità che possano favorire il superamento delle situazioni di crisi.

 

 

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gattopardo

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi” questa è la frase con cui Giuseppe Tomasi de Lampadusa, nel suo celebre romanzo “Il gattopardo”, sintetizza l’immutabilità sottostante i  cambiamenti, politici e sociali, perchè a tali cambiamenti non corrisponde un parallelo intento di mutare a livello individuale. Al sorgere di ogni nuovo Governo, le speranze rinnovate e puntualmente disattese, finiscono con lo stroncare ogni energia di rinnovare e di rinnovarsi, persi in una sorta di oblio intorpidente che ha al contempo un grande vantaggio: la certezza del conosciuto, che diventa stagnazione, e finisce col puzzare. E quando ogni residuo di fluidità “evapora”, il paesaggio economico si secca e si sbriciola. In questa metafora la polvere è rappresentata da un debito pubblico salito a quota 135% rispetto al Pil. Che significa? Immaginate di avere un contratto un debito 135 volte supperiore alla vostra capacità di racimilorare quella somma attraverso il vostro lavoro quotidiano. Impossibile ripagarlo, a meno di contare su una vincita improvvisa o sulla morte provvidenziale di qualche ricco parente. Entrambe queste possibilità sono precluse ad uno Stato. Ma nonostante ciò c’è una parte d’Italia che continua a chiedere uno stop all’austerity.  Ma che c’entra tutto ciò con la sindrome del gattopardo?

C’entra eccome! Perchè questa situazione è una conseguenza del modo di pensare e di agire diffuso. I governi si succedono, i nomi di presidenti e ministri cambiano, le strategie monetarie si modificano, eppure il nostro paese arranca sempre di più. Siamo ancora ingenuamente e superbamente convinti che esistono in politica supereroi che ci possano salvare da decenni di sprechi delle nostre risorse finanziarie e patrimoniali, senza peraltro chiederci di rivedere le nostre abitudini.

Ciò che temiamo più di tutto è il cambiamento. Per cambiamento intendo una diversa presa di coscienza sulla corresponsabilità della situazione attuale, da parte di tutti, anche di chi fa calcoli strategici in vista di future elezioni. Il sistema burocratico italiano è divenuto così macchiavellico proprio perchè la sua funzione principale era di mantenere uno stato inalterato delle cose disperdendo le energie ed il dinamismo economico e sociale nei meandri di cavilli e balzelli vari.

Il Presidente della BCE, Mario Draghi, ci sta dando una grande opportunità grazie ad un’ulteriore taglio dei tassi e ad azioni di sostegno all’economia attraverso la scelta di acquistare titoli e obbligazioni garantiti da crediti alle famiglie e alle imprese. In questo modo le banche da un lato riceveranno nuova liquidità dall’altro si libereranno di crediti non sempre certi, e avranno nuove somme disponibili da rimette in circolo. Ma questa azione di politica monetaria non andrà a curare la causa prima del nostro male: l’assenza di riforme strutturali.  E’ necessario che la mentalità Italiota (il termine è stato coniato da una collega) si faccia da parte. Se questi denari non verranno riversati nell’economia attraverso crediti alle imprese ed alle famiglie e se questo non sarà preceduto da una serie di riforme strutturali quali lo snellimento burocratico, mirato a favorire l’operatività economica e gli investimenti di capitali, la lotta alla corruzione – che agisce da leva a favore degli investimenti e della fiducia – la revisione del cuneo fiscale (divario tra quanto costa un dipendente all’azienda e quanto il dipendente percepisce di stipendio netto) e da una revisione dell’imposizione fiscale a favore delle piccole e medie imprese che hanno sede legale, amministrativa fiscale e produttiva in Italia, non ci sarà una ulteriore possibilità di ripresa per il nostro paese. Non è catastrofismo ma realismo. Dobbiamo adottare collettivamente una visione del bene comune, unica possibiltà di ripartire in un momento così difficile. Cambiamento, oggi, significa abbondonare quella mentalità votata al clientelismo ed alla mancanza di una meritocrazia reale; significa anche abbandonare la tendenza paternalista dello Stato di allungare la sua ala prottettiva verso aziende ed imprenditori che sono sull’orlo del fallimento, ritardandone l’agonia ma senza creare una prospettiva concreta per i lavoratori. Cambiamento significa inoltre dare il giusto valore al nostro patrimonio culturale ed immobiliare ed inibire quella tendenza “mordi e fuggi” presente in molte attività economiche di sfruttare quanto sfruttabile in termini di risorse naturali ed “UMANE” lasciando poi che le scorie, i danni e le morti sul lavoro o per danno ambientale finiscano a gravare sulle casse dello stato. Cambiamento significa porre un freno alle pensioni dorate, a tripli incarichi, alle cariche “ereditarie” ed alle finte invalidità di cui beneficiano alcuni. Cambiamento significa favorire la ricerca e la sviluppo del sistema educativo, quali fondamenta di un paese che vuole crescere.

Non esistono in politica, così come nella vita, eroi risolutori di ogni male ma esistono 60 milioni di persone che agiscono mossi dai loro istinti e desideri, talvolta altruistici ma troppo spesso desiderosi di ricevere molto di più di quanto siano disposti a dare ed in economia, se non c’è pareggio, la situazione non regge.

Simonetta Marenzi

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Quotidianamente sentiamo parlare di IUS SOLI, ma che cos’è? La IUS SOLI (“diritto del suolo) indica l’acquisizione della cittadinanza come conseguenza del fatto di essere nati nel territorio dello Stato, qualunque sia la cittadinanza posseduta dai genitori, mentre la IUS SANGUINIS implica il diritto alla cittadinanza per il fatto di avere un genitore in possesso della cittadinanza. In Italia lo ius soli si applica in due casi: per nascita sul territorio italiano con genitori ignoti o apolidi o impossibilitati a trasmettere al soggetto la propria cittadinanza secondo la legge dello Stato di provenienza, oppure se il soggetto è figlio di ignoti ed è trovato nel territorio italiano. Tuttavia il cittadino straniero nato in Italia e che ha mantenuto la residenza dalla nascita, può, al raggiungimento della maggiore età, chiedere la cittadinanza italiana. Attualmente la discussione verte sul ridurre i tempi per ottenere la cittadinanza per diritto del suolo. In tutti i casi il presupposto dei legislatori, sembra essere quello di voler creare un “legame” tra il soggetto e la terra in cui vive; un legame che può sorgere per motivi economici (di lavoro), affettivi (matrimonio) o di volontà della persona divenuta maggiorenne.

Non intendo soffermarmi sulle attuali diatribe in corso circa la modifica dei termini per la Ius Soli ma mi preme portare in evidenza alcuni fattori determinanti a favorire quel “legame” tra la persona e la terra agevolando sia l’integrazione del cittadino straniero che, al contempo, la tutela del patrimonio storico e la diversità culturale del Paese ospitante. E’ il presupposto fondamentale di una sana relazione tra la terra ospitante e l’individuo.

In epoche passate, come in quella attuale, l’occidente è stato oggetto di flussi migratori, generati da problemi sociali, economici e finanziari, e gli immigrati di ogni religione, razza, ed età sono mossi dal desiderio di acquisire maggiore benessere per sé e per il proprio gruppo di appartenenza. Così fu anche per quegli emigranti italiani che inseguivano il sogno di libertà dalla miseria e dalla fame e che fuggivano da una struttura societaria oramai obsoleta. Ogni essere umano è un essere sociale mosso da una serie di bisogni che desidera soddisfare: fisiologici, di sicurezza, di affetto, di stima, di autorealizzazione, e per soddisfare quei bisogni deve poter innanzitutto comunicare. La buona conoscenza della lingua del paese di destinazione permette di entrare in relazione con i cittadini di quel paese, conoscerne usi, costumi, idee e tradizioni, permette in sostanza di creare quel “legame” che è indispensabile a limitare i problemi di integrazione ed eventuali conflitti sociali.

Chi emigra rimane, giustamente, per lo più aderente ai valori della cultura di origine, perchè fanno parte della sua storia personale e di quella dei suoi avi, nel quale si riconosce e può esprimere se stesso. La buona conoscenza della lingua parlata e scritta dovrebbe pertanto essere uno dei requisiti che fanno di un immigrato un possibile cittadino perchè la capacità di esprimersi e di farsi comprendere offre maggiori possibilità di inseririsi in un dato contesto geopolitico e sociale. La legge che regola il diritto alla cittadinanza pertanto dovrebbe, oltre che determinare i tempi ed i modi per richiederla, anche tener conto di quali sono gli elementi che favoriscono la creazione di un buon legame, tutelando il diritto alla “ricerca della felicità” ma tutelando al contempo il proprio capitale umano-storico-socio-culturale, senza preconcetti ma anche senza paure di accuse di razzismo. La mancata o scarsa conoscenza della lingua genera alcuni problemi quali:

  1. la persona straniera preferirà restare in contesti conosciuti, cercherà di favorire l’espansione della sua cultura, delle sue tradizioni, sociali religiose-filosofiche nel paese di destinazione, vedendo in esso solo una diversa occasione economica e non riconoscendovi altri interessi. Il legame terra- uomo è debole perchè solo di natura commerciale.

  2. Alto rischio di sfruttamento in termini lavorativi, creazioni di squilibri salariali e di conseguenza, nel lungo periodo, tendenza al ribasso nelle condizioni contrattuali per tutti, cittadini e stranieri. Questo influisce sul rifiuto a svolgere alcuni lavori da parte dei lavoratori italiani perchè le condizioni salariali ed il contesto risultano essere estremamente gravosi.

  3. Le difficoltà economiche conseguenti per tutti, cittadini e stranieri, acuiscono il conflitto – timore che si sposta sul soggetto straniero anziché sulle cause della crisi lavorativa generando una guerra tra poveri.

  4. Conseguente riduzione dei consumi sul territorio locale e progressivo impoverimento.

  5. Difficoltà per insegnanti e studenti di operare in modo efficiente in contesti di studio con rischio di tendenza al ribasso delle varie competenze e risorse.

La diversità linguistica e culturale può tradursi in ricchezza per un territorio se però viene affrontata con consapevolezza dei problemi reciproci, delle rispettive paure e difficoltà, ma soprattutto senza sensi di colpa permettendo ad entrambi di ricordare chi è che offre ospitalità e chi è che la sta chidendo, senza sopraffazioni e senza vittimismi. La convivenza copartecipatava (termine che preferisco rispetto alla parola “integrazione”) è un processo lungo che può durare generazioni ma può essere guidato e facilitato con opportuni interventi e con adeguate norme sia in materia di immigrazione che di acquisizione della cittadinanza. Ottenere la cittadinanza implica una serie di diritti e di doveri perchè si crea un rapporto tra lo Stato ed il soggetto e, come ogni rapporto, può funzionare in modo sano ed efficace quando tutte le parti coinvolte sono intenzionate a mantenere vivo e vitale quell’unione. Ogni riflessione in tema di integrazione, di modifica delle legge sull’immigrazione e sulla Ius Soli dovrebbe tener conto, accanto al problema linguistico, di ogni ulteriore ambito che riguarda la vita dell’essere umano e del suo inserimento in un contesto socio-storico-economico e culturale diverso da quello d’origine e deve anche tenr conto della capacità di , in termini di tempi e modi, da parte dello Stato interessato. Sarebbe pertanto opportuno coinvolgere, in via preventiva, rappresentanti delle diverse categorie che per esperienza e professione hanno maturato una conoscenza approfondita di tutte le problematiche collegate al processo di integrazione. Non si tratta di una “semplice” questione di ideologia politica, dove si dà priorità nel far prevalere un orientamento piuttosto che l’altro, ma di un tema concreto che richiede un confronto apolitico di problematiche emerse in seguito alle modifiche dei flussi migratori di questa fase storica ed in seguito anche ai problemi sorti con l’applicazione della legge “Bossi-Fini”. Vanno ascoltati i rifugiati ed i migranti, le associazioni di volontariato che quotidianamente li accolgono, laiche e cattoliche, le forze dell’ordine che per anni hanno lavorato nei centri di accoglienza, i rappresentanti dei lavoratori occupati in aziende che riportano un alto tasso di lavoro immigrato e rappresentanti degli imprenditori delle varie associazioni di categoria, i sindaci dei comuni che registrano una forte presenza di soggetti stranieri, rappresentanti dei cittadini, rappresentanti di insegnanti e studenti di scuole con alto numero di studenti stranieri, storici per una analisi comparativa della situazione odierna con quella passata, e counselor sociali e di comunità per facilitare il dialogo tra le parti. Solo raccogliendo preventivamente i dubbi e le paure, ma anche le proposte ed esperienze di tutti coloro che quotidianamente sono coinvolti nel processo di integrazione dei soggetti stranieri nel territorio nazionale, si potranno gettare le base normative, giuridiche, di competenza della classe politica al Governo congiuntamente ai consigli dell’opposizione, per una convivenza reciprocamente sana, profiqua e dignitosa.

Simonetta Marenzi

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C’è una novità interessante sul fronte della politica economica.  Da quanto letto su il Sole 24 ore (articolo di Cellino del 20/08/2013) e da il Fatto Quotidiano (articolo dell’11/08/2013 di Scacciavillani), il Governo Letta, con il pacchetto di provvedimenti contenuto nel decreto fare e semplificazioni,sta per varare un decreto che prevede l’emissione di obbligazioni garantite dalla Cdp (Cassa depositi e prestiti). La Cassa depositi e prestiti S.p.A., di seguito sinteticamente nominata Cdp, è una società partecipata per il 80% circa dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, e per la restante quota del 20% circa da diverse fondazioni bancarie. Di cosa si occupa? Svolge principalmente due attività: La prima, denominata “gestione separata”, si occupa di gestire, attraverso la raccolta del risparmio postale, il finanziamento degli investimenti statali e di altri enti pubblici, quali regioni ed enti locali. La seconda, denominata “gestione ordinaria”, si occupa del finanziamento di opere, di impianti e reti destinati alla fornitura di servizi pubblici e alle bonifiche e lo fa attraverso l’assunzione di finanziamenti e l’emissione di titoli, quali le obbligazioni. Il decreto fare prevede che i soldi raccolti attraverso queste obbligazioni non vadano a finanziare investimenti ed opere pubbliche, né lo sviluppo tecnologico e l’innovazione ma vengano utilizzati per finanziarie le banche affinchè riprendano a concedere mutui per le famiglie. Il processo è più o meno questo: la Cdp emette obbligazioni che vende sul mercato ottenendo liquidità dai risparmiatori, la liquidità viene pompata nelle banche che a loro volta dovrebbero utilizzarla per concedere mutui. Sorgono spontanee alcune domande:

  • Che garanzie ci sono che le banche usino quel denaro per concedere prestiti ipotecari anziché sbizzarrirsi in operazioni finanziarie di altra natura vanificando gli sforzi dello Stato?
  • Considerando il fatto che la banca concederebbe mutui con capitale prestato dalla Cdp, quindi senza rischiare nulla di suo, che garanzie ci sono a salvaguardia dell’operatività bancaria? Se le banche riprendono a concedere mutui allegramente attratti dal business degli interessi e dalla possibilità di cartolizzare i crediti (cedere i crediti sui mutui a terzi ottenendo così ulteriore liquidità per altre operazioni finanziarie), si creano i presupposti per una nuova bolla speculativa.
  • Perchè lo Stato si sostituisce alle banche in quella che dovrebbe essere una attività tipica delle stesse, ovvero la raccolta di risparmi e la concessioni di prestiti ai privati e non svolge la propria attività tipica di normatore, anche dei mercati finanziari?
  • Che possibilità ci sono, con l’attuale crisi del lavoro, di onorare le rate del mutuo?
  • Perchè non usare quel denaro per finanziarie attività che competono allo Stato quali educazione, formazione, innovazione tecnologica e scientifica?
  • Perchè la Cdp non concede direttamente i mutui ai richiedenti anziché dirottare i soldi nelle casse delle banche? Una delle cause che hanno portato alla crisi iniziata nel 2007 è legata al fatto che le banche concedevano mutui per importi eccedenti le capacità di rimborso dei richiedenti e poi “impacchetavano” e cedevano i crediti a terzi incassando altra liquidità con cui concedere altri prestiti, e così via, in una catena di creazione del denaro, privo di un valore effettivo perchè poggiante sul nulla, o sui debitii, e scollegato così dall’economia reale. I crediti ceduti escono dal bilancio della banca che così risulta solida e solvibile ma se una certa percentuale di debitori inizia ad avere problemi di solvibilità (cioè non paga i debiti) ecco che la bolla scoppia.

Si continua a pensare che per uscire dalla crisi sia sufficiente pompare liquidi nelle imprese, in particolare quelle legate al mercato del mattone. Se si ha un mutuo ma non un lavoro che permette di onorarlo la casa viene pignorata e messa all’asta con ulteriore deprezzamento del mercato immobiliare. Tanto per fare una metafora: che se ne fa uno dell’auto se non ha i soldi per acquistare la benzina né ha la possibilità di guadagnarli? 

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