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Archive for the ‘mondo impresa’ Category

 

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Ciascun essere umano è in sé un micro sistema economico con bisogni e risorse,  ed spinto all’azione da pensieri e desideri, consapevoli o meno. All’inizio del percorso evolutivo questo micro sistema economico risponde a principi istintuali ma man mano che l’individuo evolve la modalità istintuale cede il passo ed il sistema diviene responsivo ad una maggiore consapevolezza, presa di coscienza e responsabilità. Questo perché  ogni micro sistema (l’Essere Umano) è inserito in una rete che lo collega ad altri micro sistemi con cui entra il relazione, e talvolta anche in conflitto. Ogni “passaggio evolutivo” avviene attraverso una serie di situazioni definite di “crisi” che determinano al contempo una situazione di pericolo ma anche una opportunità di crescita ed evoluzione. Lo stesso principio riguarda anche le imprese in genere e l’economia globale.   Per questo motivo è importante che  l’approccio nella consulenza aziendale sia sistemico e includa non solo fasi di consulenza ma anche fasi di counseling, che viene attuato in base agli strumenti del counseling ad approccio olistico, con strumenti e modalità che possano favorire il superamento delle situazioni di crisi.

 

 

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Chi si rivolge ad un counselor aziendale lo può fare sia per problemi di natura gestionale che di natura organizzativa e relazionale. Un imprenditore, ad esempio, vantava un credito importante verso un cliente abituale e questo naturalmente influiva non solo nella gestione di cassa ma anche nella relazione lavorativa tra questi due partner commerciali. Il mancato pagamento era legato sia ad esigenze finanziarie del cliente ma anche da una dinamica relazionale impostata in modo errato. Per cui, per risolvere il problema abbiamo lavorato su entrambi i livelli, modificando la dinamica relazionale ed impostando una diversa gestione del credito a vantaggio di entrambe le aziende.

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L’intervento del counselor aziendale va visto non solo in un’ottica di facilitazione nella risoluzione di dinamiche conflittuali interpersonali o intrapersonali ma  orienta e supporta il cliente in tutta una serie di problematiche, apparentemente di natura esclusivamente economica. Faccio un esempio: Una persona, con un progetto imprenditoriale che coinvolgeva altre due persone, si rivolge a me per chiarire le cause dei ritardi nell’avvio dell’impresa. Da un primo colloquio erano emerse le remore del soggetto richiedente su uno dei due partecipanti al progetto ma soprattutto era emersa la mancanza di effettivo interesse economico, da parte di uno dei possibili soci, verso il progetto in sè, attratto invece da altre prospettive non pertinenti il business stesso. Esplorare in anticipo queste difficoltà ha permesso il risparmio di una notevole quantità di energia, in termini di denaro e di tempo-lavoro.

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Molto spesso le persone non sono interessate a ciò che accade nel mondo dei mercati finanziari perché reputati difficili da comprendere e distanti dalla realtà quotidiana. Si crede erroneamente che tali notizie riguardino investitori, banche e pochi soggetti lontani da noi e dalla nostra vita quanto lo è il pianeta Marte e che, proprio come il pianeta, la finanza eserciti qualche influsso di cui non si conosce ancora la portata. Tuttavia curiosare tra notizie di finanza ed economia può essere molto illuminante. Oggi osserveremo più da vicino cosa sono le “operazioni di vendita allo scoperto” o per dirla in modo complicato le “short selling” e quali conseguenze possono scatenare.  Si tratta di operazioni molto controverse, che consistono in questo:

  • tra gli operatori di borsa iniziano a circolare notizie pessimistiche su una determinata azienda. La domanda che si pongono è: “Come posso lucrare sulla malasorte altrui?” . Risposta. “dovrei vendere questi titoli/azioni il prima possibile. Peccato che non li possegga. Ma posso farmeli prestare da qualcuno!!”
  • Gli operatori di borsa si rivolgono quindi a chi possiede in abbondanza tali titoli e glieli chiede in prestito, dietro pagamento di un compenso per l’affitto a breve termine. Più è lungo il contratto di affitto più interessi pagano.
  • A questo punto i titoli, ottenuti in prestito, vengono piazzati sul mercato e venduti a terzi incassando il relativo corrispettivo. Se le cose procedono come da previsione, queste vendite consistenti esercitano una influenza al ribasso per cui altri cominceranno a vendere facendo diminuire ancora il valore del titolo dell’azienda, ignara di essere sotto “bombardamento”.
  • Quando il valore è ribassato in modo adeguato l’operatore di borsa riacquista i titoli,da restituire al leggitimo proprietario, ad un prezzo più basso rispetto alla vendita da lui effettuata poc’anzi; al momento della restituizione paga “il noleggio” e si porta a casa la differenza.

Cosa c’entra tutto questo con i nostri problemi quotidiani? Vi propongo una storia che è solo una metafora, ma aiuterà forse a capire possibili effetti: supponiamo che esista una località che chiamiamo “Beta” e supponiamo che uno di nome Caio creda che a “Beta” le case perderanno valore e voglia guadagnarci qualcosa. Caio sa che Tizio possiede molte case a Beta e le affitta per un certo periodo. Caio mette poi in vendita tutte le case affittate da Tizio e, più o meno velocemente, riesce a venderle incassando  ad esempio 500 mila euro. Questa ondata di vendite fa nascere sospetti, a torto o a ragione, alla gente del luogo ed anche a chi ha appena acquistato casa che, temendo di vedere svalutare la proprietà, cerca di vendere a sua volta e velocemente, a costo di  ribassare il prezzo. A questo punto Caio riacquista ad un prezzo più basso, diciamo 300 mila euro, le stesse case da lui vendute poco prima e le restituisce a Tizio, saldando l’affitto di 50 mila euro e tenendo per lui il resto: 150 mila euro.

Qual’è il succo della storia? Che qualcuno ha venduto qualcosa che non possedeva (e forse per questo si chiamano vendite allo scoperto) ed è riuscito pure a lucrare sulla vendita. Ma Beta è ora una città semideserta, gli abitanti hanno perso molti denari svendendo le loro case e l’economia locale ha subito un grosso danno. Il denaro di chi aveva comprato casa a Beta, e di chi vi lavorava, è ora in mano a Caio, che se la spassa. Le operazioni allo scoperto non riguardano la compravendita di case ma l’esempio vuole illustrare gli effetti della speculazione. Naturalmente non sempre le cose vanno così; a volte questi speculatori sbagliano le previsioni. Accadde nel 2008 e l’azienda bersaglio fu la Wolkswagen ma, per sua fortuna, chi aveva acquistato il titolo dai trader se lo tenne stretto con il risultato che in una settimana il valore delle azioni aumentò di molto e chi voleva speculare si ritrovò a perdere molto denaro per riacquistare a caro prezzo le azioni da restituire al legittimo proprietario. In Italia questo tipo di operazioni ha subito degli stop nei momenti di maggiore crisi e delle ripartenze nei momenti di lieve ripresa. Il 1 novembre entra in vigore il Regolamento EU NR 236/2012 del 14 marzo 2012 che non vieta tali operazioni ma cercherà di regolamentarle a livello europeo onde evitare discrepanze tra i diversi Paesi. Che dire… tutte le volte che non ci interessiamo ad alcuni aspetti e fatti che influenzano il nostro quotidiano deleghiamo questo potere ad altri. Conoscenza e consapevolezza possono restituirci la voce per chiedere giusta tutela a chi ci rappresenta.

Simonetta Marenzi

Counselor aziendale e sociale

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Le aziende hanno tre modi per finanziarsi:

  1. )reinvenstendo il proprio risparmio;
  2. )chiedendo prestiti alle banche;
  3. )emettendo azioni.

Emettere azioni significa chiedere denari ai risparmiatori e/o investitori in cambio di un pezzetto della propria impresa. Chi ha risparmiato del denaro può decidere di spenderlo per sè o può prestarlo ad altri, comperando titoli pubblici, che in linea di massima comportano pochi rischi, o   prestandoli ad una azienda, il che può essere più rischioso, soprattutto in momenti di instabilità. Cosa attrae un investimento rischioso? La possibilità di beneficiare di un guadagno più alto rispetto ad un investimento sicuro. Acquistando azioni comperiamo un pezzetto d’impresa con la speranza, o la notizia, che la gestione aziendale produrrà futuri utili, ossia i ricavi risulteranno superiori ai costi. Questo spiega perchè gli investitori preferiscono aziende che applicano strategie di riduzione del personale: meno costi equivale a più utili da distribuire tra gli azionisti. Questo utile complessivo, diviso per il numero delle azioni emesse, sarà il rendimento che ogni azione ha fruttato. Naturalmente l’azienda può decidere di distribuire l’utile oppure no, ma ad ogni modo l’azionista avrà in mano un pezzetto di azienda che vale un po’ di più. Quindi il beneficio per l’azionista è dato sia dal dividendo (l’utile per azione) che dal maggiorato valore dell’azione. Il valore nominale dell’azione ed il numero delle azioni è pari al rapporto fra capitale sociale ed il numero delle azioni in cui è suddiviso. Questo capitale sociale, a sua volta, è dato dai conferimenti in denaro, in beni e crediti da parte dei titolari dell’impresa ossia da tutto ciò che mettono nella propria azienda. Il valore di emissione spesso contiene un sovraprezzo e, al  momento della vendita, e successivamente ad ogni transazione, il prezzo può oscillare in base alla legge della domanda e dell’offerta e a tutte le notizie che le possono condizionare.

Quando il valore delle azioni cresce di molto rispetto al valore degli utili previsti l’investitore acquista non perchè crede nei progetti dell’azienda, che spesso nemmeno conosce e condivide, ma perchè pensa che domani ci guadagnerà vendendola ad un prezzo maggiore. L’azienda dal canto suo riceve molti denari senza giustificazioni, ossia progetti di investimento, innovazione, sviluppo sostenibile, in cui investirli per creare utili futuri ma sull’onda dell’entusiasmo. Improvvisamente ci si rende conto che il valore attribuito alle azioni non è in linea con il valore reale dell’azienda ed ecco che la“bolla” emerge e poi esplode, sparpagliando i danni ovunque ed è così che uno strumento utile, usato male, diventa fonte di caos.

Di recente Facebook ha stretto un accordo con Loyal3 per cui sarà possibile, con pochi clikc, acquistare azioni, o frazioni di azioni, di grandi e note aziende, con una spesa minima che va dai 10 i fino a 2.500 dollari al mese, senza pagare commissioni e senza intermediari, e naturalmente si potrà anche venderle. Da un lato questo permetterebbe la possibilità di approfondire la conoscenza reciproca tra azienda ed investitore puntando a fidelizzare gli azionisti, dall’altro si sospetta l’interesse di attrarre tutti coloro che ancora non investono in borsa. Circa l’80% degli americani non ha mai comperato una azione; considerando che Facebook in America vanta circa 124 milioni di iscritti e ipotizzando che il 30% provi la nuova applicazione con una spesa mensile di 500 dollari ecco che ci sarebbero afflussi di denaro nelle tasche di alcune aziende per un importo mensile di 18 miliardi di $. Se poi consideriamo il numero complessivo di iscritti a Facebook pari a circa 900 milioni …fate voi un  po’ i calcoli! Altro rischio possile è l’effetto slot machine, ovvero la mancata percezione che dietro a pochi click ci siano dei denari che passano di tasca. Questo strumento di finanziamento riservato a poche imprese rischia di influenzare pesantemente la situazione economica globale; è come se un contandino scoprisse un grande pozzo nel suo orto ma decidedesse di irrigare solo le patate e lasciasse il resto dell’orto alla benevolenza del cielo in una epoca di siccità. Una domanda mi sorge spontanea: chi utilizza l’alta velocità nelle operazioni di compravendita (vedi articolo maggio) saprà in anticipo lo spostamento di questi flussi di denaro di chi investe tramite Facebook? Con quali conseguenze? Che altro dire…economia e politica stanno viaggiando a velocità molto diverse perchè i mercati sono liberi ma le politiche economiche che li regolano ancora no, costrette poi a intervenire con strumenti vari di sostegno che mantengono in vita “il malato” ma non sono sufficienti a curarlo.

Simonetta Marenzi

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La crisi finanziaria che ci ha colpito da alcuni anni ha originato, come risposta,alcune reazioni che, sebbene avessero lo scopo di contrastarne gli effetti,  hanno peggiorato la situazione rivelandosi dannose per la colletività.

Sappiamo che l’impresa, in generale, realizza un profitto rispondendo ai bisogni  della società, ossia fornendo beni e servizi, di cui questa ha un bisogno reale o indotto da forme di pubblicità, a fini di lucro. Il prezzo di vendita è poi determinato da diversi variabili che tengano conto del costo, l’effettivo bisogno-desiderio del cliente di avere quel dato bene o servizio e la sua capacità di spesa. Uno degli effetti della globalizzazione è  stato l’ incremento dell’offerta di beni e servizi a prezzi ridotti rispetto ai mercati occidentali,  perchè il costo del lavoro, i diritti dei lavoratori e la pressione fiscale  di molti paesi esteri sono inferiori rispetto all’Italia. E’ chiaro quindi che, per competere, l’azienda italiana  deve diventare interessante o per ciò che offre, quali prodotti e servizi innovativi che riducono l’impatto energetico e migliorino la qualità della vita in senso globale, o deve risultare interessante il prezzo di vendita  rispetto a quello della concorrenza. Sappiamo che l’Italia (sia lo Stato che la maggioranza delle imprese) non ha investito nella ricerca e nello sviluppo, né in formazione. Quindi? Quindi si è optato per ridurre i costi. Come?

  1. Riducendo il numero di lavoratori a tempo pieno indeterminato per aumentare il livello di produttività.
  2. Ricorrendo a forme di lavoro atipico, o ai lavoratori immigrati, che (per paura di perdere il lavoro, e conseguentemente il permesso di soggiorno), accettano condizioni di lavoro talvolta inaccetabili, in  modo da contenere il costo del lavoro;
  3. Subappaltando e ricorrendo alle subforniture in modo che i  rischi e i  costi di stoccaggio delle materie,  i costi del personale dipendente e di produzione siano a carico delle imprese “satellite”, che si  trovano ben presto fagocitate da grandi aziende che dettano loro condizioni contrattuali sempre più rigide e, per sopravivvere, sono costrette a giocare a ribasso sul valore dell’attività svolta, finindo spesso per lavorare in perdita. Questo ha portato alla svalutazione del lavoro e  al fallimento di moltissime imprese gettando imprenditori e lavoratori nella disperazione.

Diverso è invece il caso in cui tra le imprese di subappalto e quella subappaltante c’è un collegamento tra soggetti che ricoprono cariche dirigenziali nell’una è nell’altra realizzando doppi profitti a livello personale, ottenendo un risparmiando in termini di costo del lavoro, nella prima,  e generando uno spostamento di capitali  dalla prima alla seconda.

  1. Delocallizando, ossia spostando l’attività in territori dove il mercato del lavoro e la pressione fiscale sono inferiori.

Possiamo facilmente quindi capire come le aziende influiscono direttamente sullo stato di salute (anche finanziario) di un contesto territoriale. Mirare ad un maggior guadagno, da parte delle imprese, è lecito e normale. Queste misure sono applicabili da quelle aziende che dispongono già in qualche misura di conoscenze, risorse e capitali. E tutti gli altri? Navigano più o meno nelle stesse, disperate, acque.  Dove sta il problema? Forse la politica troppo a lungo si è limitata ad incrementare il peso fiscale e la burocrazia ai danni di imprese e lavoratori spinta dalla necessità di far fronte ad esigenze immediate ed astenendosi totalmente dal regolamentare il mercato economico e finanziario sulla base delle mutate condizioni a livello globale. Se la politica, con la sua funzione di intermediatore e regolatore della vita economica e sociale, viene percepita dal cittadino come grande assente, è ovvio che non resta che rivolgersi al solo interlocutore restante sul campo: impresa contro lavoratori e lavoratori contro imprese ma è un autogoal. Concentriamoci su come migliorare la qualità della vita delle persone, a tutti i livelli ed  ovunque,  e trasformiamo questa domanda in nuove idee che possono diventare delle opportunità di lavoro e di crescita economica per il nostro creativo e fantasioso Paese.

 

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Sino ad oggi la maggioranza delle imprese ha adottato sistemi di gestione del personale di visione Tayloriana, chiedendo al lavoratore di limitarsi ad eseguire i compiti a lui assegnati, nei tempi e nei modi indicati dai vertici aziendali. In questa ottica la dimensione umana del lavoratore era, ed è, trascurata. L’unica cosa importante risulta riuscire a ridurre i tempi di lavoro, ottimizzandone l’efficienza e riducendone i costi (poche persone che fanno molto lavoro), aumentando la produttività dei lavoratori. Se anche proviamo a non considerare i costi sanitari ed assistenziali a carico dello Stato che questo comporta, causato da infortuni sul lavoro, sintomi di stress e di burnout, difficoltà di gestione delle esigenze familiare che richiedono maggior presenza di strutture pubbliche per assistenza ed accudimento di bambini ed anziani (che in epoche precedenti erano accudite dai membri della famiglia,  ora troppo impegnati in termini di tempo e stress per riuscire a farlo), e non consideriamo nemmeno il disagio esistenziale che causa in molti individui facendone aumentare il consumo di droghe, medicinali e alcol, consideriamo almeno  la situazione attuale di scarso consumo interno di beni a causa di un basso potere d’acquisto da parte della maggioranza dei lavoratori italiani e chiediamoci se la produttività, intesa come quantità di prodotto realizzata per ogni unità di lavoro o capitale, sia ancora un valido obiettivo primario delle aziende o se sia giunto il momento di ampliare la visione. Se nergie, risorse e denari vengono utilizzati solo per incrementare la quantità di merce prodotta, in una fase storica in cui i “consumatori” di molte nazioni occidentali vedono ridotta la propria capacità di acquisto è ovvio che gran parte di queste energie impiegate risultano sprecate, a meno che i beni prodotti non vengano esportati in altri mercati in fase di espansione, ma naturalmente i prezzi devono essere competitivi con quei mercati medesimi dove il costo del lavoro e i diritti  ad esso connessi sono molto inferiori. Alcune aziende oggi sono in grado di competere spostando attività ed interessi all’estero ma questo ha causato un impoverimento di grosse porzioni di territorio e di popolazioni a vantaggio di profitti di poche aziende gestite da pochi azionisti che sfruttano occasioni e condizioni sociali, politiche ed economiche di altri paesi.  Questo, in un regime di libero mercato è giusto e viene incentivato. Potremo anche aggiungere che se prima l’occidente giocava a fare il cow boy ora gli tocca il ruolo dell’indiano, anche se è un ruolo scomodo. Tuttavia c’è da chiedersi perchè mai poi si chieda l’intervento dello stato a sostegno delle attività economiche se il mercato è libero? O è libero o è assistito. Se le aziende riconoscono che la relazione Stato – impresa è una relazione inscindibile dettata da leggi fiscali, politiche del lavoro e politiche economiche, devono altresì riconoscere che la relazione è bidirezionale: lo Stato crea opportunità per le imprese e per il mercato del lavoro in genere e l’impresa crea ricchezza su un territorio. In che modo un’impresa crea ricchezza? Non solo producendo beni destinati al consumo fine a se stesso, dato che la produzione richiede consumo di energia, che a sua volta richiede consumo di petrolio e carboni fossili (il cui prezzo sarà destinato ad aumentare sempre più in quanto bene esauribile) che creano inquinamento, che a loro volta determinano problemi di salute, che a loro volta aumentano le spese dello stato etc. Una impresa crea ricchezza se investe, ma se investe non  per aumentare la produzione con gli esiti appena visti, ma  per cambiare il tipo di produzione ed il tipo di gestione: nella ricerca di nuove idee, nuove tecnologie più “verdi” che riducano la catena di distruttività che impoverisce il territorio in cui è inserita nuove modalità di gestione del lavoro volte a ridurre i costi indiretti del lavoro ( malattia, infortuni, licenziamenti, cause per mobbing, formazione del personale sostitutivo etc). Nuove idee imprenditoriali e commerciali ad impatto ambientale e sociale ridotto significano nuovi posti di lavoro in settori ancora poco esplorati per la realizzazione di prodotti innovativi. Vendere, vendere, vendere non può più essere un valido motto nel terzo millennio.  Sino ad oggi gli interessi del singolo (e per singolo intendo poche grosse imprese) sono prevalsi sull’interesse della collettività e questa è una delle principali cause di impoverimento di alcune fasce di popolazione mondiale a danno di altre.

Se l’obiettivo di tutti è avere più denaro  ricordiamoci che possiamo immaginare il denaro come una merce: disponibile solo in una certa quantità ed  è chiaro che, in tale ottica,  per avere  una maggior quantità di questa “merce” devo fare in modo di sottrarla ad altri,  cercando di stipulare contratti vantaggiosi per me, non condividendo con i dipendenti notizie riguardo la situazione patrimoniale dell’azienda onde evitare fastidiose rivendicazioni, creando prodotti  di breve durata etc.  Perchè il vero obiettivo che si mira  a realizzare ancora  oggi è vendere per accumulare. Un accumulare fine a sé stesso che non crea nuove opportunità, nuove idee, nuove prospettive di vita; che non crea ben-essere.

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