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Archive for the ‘mondo impresa’ Category

 

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Ciascun essere umano è in sé un micro sistema economico con bisogni e risorse,  ed spinto all’azione da pensieri e desideri, consapevoli o meno. All’inizio del percorso evolutivo questo micro sistema economico risponde a principi istintuali ma man mano che l’individuo evolve la modalità istintuale cede il passo ed il sistema diviene responsivo ad una maggiore consapevolezza, presa di coscienza e responsabilità. Questo perché  ogni micro sistema (l’Essere Umano) è inserito in una rete che lo collega ad altri micro sistemi con cui entra il relazione, e talvolta anche in conflitto. Ogni “passaggio evolutivo” avviene attraverso una serie di situazioni definite di “crisi” che determinano al contempo una situazione di pericolo ma anche una opportunità di crescita ed evoluzione. Lo stesso principio riguarda anche le imprese in genere e l’economia globale.   Per questo motivo è importante che  l’approccio nella consulenza aziendale sia sistemico e includa non solo fasi di consulenza ma anche fasi di counseling, che viene attuato in base agli strumenti del counseling ad approccio olistico, con strumenti e modalità che possano favorire il superamento delle situazioni di crisi.

 

 

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ALITALIA STORY: ATTO II

Nell’ottobre 2013 si vociferava di un futuro intervento dela Cassa depositi e Prestiti per rimpolpare le scarse finanze dell’azienda con un importo pari a circa 75 milioni di euro, che andava così ad acquisire una quota pari al 12% del capitale sociale della nuova Alitalia. Nel frattempo anche l’Enav (Ente Nazionale di Assistenza al Volo) ha versato 61 milioni di incentivi pubblici al settore aereo. Nell’articolo precedente avevo evidenziato come l’importo fosse irrisorio rispetto ai debiti ed alle perdite accantonate dalla compagnia aerea, e avevo paventato l’idea che qualcuno potesse dinuovo azzardare l’ipotesi di dividere la compagnia in due: una parte sana da consegnare a soci vecchi e nuovi, ed una parte malata, ovvero la parte dei debiti, dei contenziosi e delle perdite accumulate negli anni, da lasciare alla deriva. Ma prima o poi questa zattera finirà su qualche riva. Newco – se la parola è anglofona sembrà meno dolorosa – è il nome con cui designano le società che sorgono dalle ceneri di quelle aziende non ancora completamente bruciate. É un’operazione con cui si trattengono, o si vendono, le parti ancora vitali di un’azienda mentre si lascia che la parte moribonda vada alla deriva. Chi coprirà i debiti rimasti aperti, e le spese del “funerale”? Beh, nel 2008, quando la Newco dell’epoca, sorta per privatizzare la compagnia di bandiera, venne affidata ad alcuni noti imprenditori italiani definiti “capitani coraggiosi”, la parte malata – ossia i debiti – finirono sul groppone dei contibuenti che pagarono, e stanno tutt’ora pagando a conti fatti, circa 8 miliardi di euro complessivamente. Questa volta chi pagherà i debiti di Alitalia? E chi pagherà le piccole e medie imprese creditrici? Forse le banche che hanno concesso i finanziamenti, Unicredit e Banca Intesa in testa? Non ne sarebbero molto liete considerando che in questi giorni la BCE sta guardando con la lente di ingrandimento i bilanci delle principali banche Italiane per valutarne la reale consistenza di crediti e capitali. O sarà Poste Italiane, quale socio providenziale e munifico dell’ultima ora? O forse i “capitani coraggiosi”? A carico di chi saranno i costi del Welfare per i 2500 nuovi esuberi stimati in aggiunta ai 7000 precedenti? Ed ha proposito di debiti: per acquistare, a prezzo di svendita, la parte sana della vecchia compagnia di bandiera servivano 1052 milioni da versare in più rate nelle casse dello Stato. Secondo il sottosegretario Dell’Aringa, in risposta ad una interpellanza presentata dall’On Sergio Boccadutri, di questo importo solo 259 milioni sono stati versati mentre il restante importo risulta compensato tramite accollo di alcuni debiti ipotecari e non ipotecari. Traduco: dei 1052 milioni che i capitani coraggiosi avrebbero dovuto versare, sono stati versati meno di 300. Il resto è stato cancellato perchè i soci si sono accollati alcuni debiti che però non sono in grado di pagare. Ora, questi importi per caso finiranno nella bad company (parte malata)? Se così fosse i capitani coraggiosi avrebbero sborsato, per acquistare la ex compagnia di bandiera, solo 259 milioni. Il governo afferma che non sarà lo Stato a farne le spese, emulando quanto già accaduto nel 2008, – e ci auguriamo tutti che non sia così- ma a conti fatti è già accaduto. Sarò felice di lasciarmi stupire da un finale a sorpresa. Sembra che la Newco sarà costituita al 49% dal socio Etihad, che verserà circa 600 milioni di €, ed al 51% dagli attuali “vecchi” soci. Saranno sufficienti a far “decollare” una impresa che fino ad oggi è costata lacrime e sangue ai soliti noti, ovvero i contribuenti e lavoratori dipendenti?

Simonetta Marenzi

impresamoderna.wordpress.com

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Chi si rivolge ad un counselor aziendale lo può fare sia per problemi di natura gestionale che di natura organizzativa e relazionale. Un imprenditore, ad esempio, vantava un credito importante verso un cliente abituale e questo naturalmente influiva non solo nella gestione di cassa ma anche nella relazione lavorativa tra questi due partner commerciali. Il mancato pagamento era legato sia ad esigenze finanziarie del cliente ma anche da una dinamica relazionale impostata in modo errato. Per cui, per risolvere il problema abbiamo lavorato su entrambi i livelli, modificando la dinamica relazionale ed impostando una diversa gestione del credito a vantaggio di entrambe le aziende.

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L’intervento del counselor aziendale va visto non solo in un’ottica di facilitazione nella risoluzione di dinamiche conflittuali interpersonali o intrapersonali ma  orienta e supporta il cliente in tutta una serie di problematiche, apparentemente di natura esclusivamente economica. Faccio un esempio: Una persona, con un progetto imprenditoriale che coinvolgeva altre due persone, si rivolge a me per chiarire le cause dei ritardi nell’avvio dell’impresa. Da un primo colloquio erano emerse le remore del soggetto richiedente su uno dei due partecipanti al progetto ma soprattutto era emersa la mancanza di effettivo interesse economico, da parte di uno dei possibili soci, verso il progetto in sè, attratto invece da altre prospettive non pertinenti il business stesso. Esplorare in anticipo queste difficoltà ha permesso il risparmio di una notevole quantità di energia, in termini di denaro e di tempo-lavoro.

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Non è un numero civico né un numero esoterico. Questo è il numero del Decreto del 07 dicembre 2012 che sancisce una importante novità. Questo Decreto, riprendendo quanto stabilito dal Trattato di Istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), stabilisce che a partire dal 1° gennaio 2013 tutte le nuove emissioni di Buoni del Tesoro poliennali sono soggette alle CACS – non è una parolaccia ma si tratta delle Clausole di Azione Collettiva (CACS). Le Clausole di Azione Collettiva prevedono che i termini e le condizioni dei titoli di Stato possono essere modificate in seguito ad accordo raggiunto tra lo Stato emittente, o gli altri Enti emittenti, ed una percentuale, che varia in funzione dei casi, degli investitori. Se viene raggiunto l’accordo con la percentuale indicata di investitori allora le modifiche scattano anche per gli altri creditori, volenti o nolenti. Perchè introdurre le CACS?

Abbiamo visto quanto il panorama internazionale sia piuttosto instabile e mi riferisco a quanto accaduto di recente in Grecia e a Cipro; e soprattutto abbiamo visto come si sia reso necessario attuare interventi di natura eccezionale volti a contenere il rischio di default, non di una impresa ma di alcuni Stati Europei. Se questo rischio si presentasse, o ci fosse la necessità di coprire esigenze di cassa da parte dello Stato Italiano, potranno ora essere ridefinite le condizioni ed i termini di questi titoli poliennali. Le possibilità di variazione includono la modifica della data di pagamento di cedole o rimborsi, la riduzione del pagamento e del rimborso, la modifica del metodo di calcolo dei pagamenti e anche l’ordine di preferenza nel pagamento rispetto ad altri creditori. Queste modifiche abbiamo detto che scatterebbero per scongiurare rischi di default o gravi necessità di cassa ma questa ipotesi, oggidì, non è poi così remota. Il punto fondamentale da evidenziare, a mio avviso, e che la BCE (Banca Centrale Europea) presta denari alle banche nazionali che a loro volta acquistano in misura consistente i Titoli di Stato, onde rimpinguarne le casse, ma anche perchè considerati più remunerativi ed appettibili rispetto alla normale attività creditizia da svolgere in favore delle imprese e dell’economia. In caso di problemi di cassa da parte dello Stato gli investitori, tra cui le banche nazionali, vedrebbero modificate le condizioni del credito vantato. Con quali conseguenze per la banca e per i clienti correntisti? E chi interverebbe poi a sostegno delle banche che a loro volta hanno sostenuto lo Stato acquisendone i titoli di debito? La storia recente insegna che a coprire le necessità intervengono i soci azionisti, i correntisti con crediti superiori ad una certa cifra (a Cipro la cifra limite era di 100 mila euro) o lo Stato, che rastrella i denari necessari ad evitare il fallimento degli istituti di credito inasprendo la pressione fiscale (vedi caso Monte dei Paschi di Siena). Il denaro non genera denaro. Vendere debiti non genera crediti ne crescita, sposta il problema a data da destinarsi. Di nuovo, indirettamente, possiamo capire l’enorme importanza di una ripresa economica programmata e sostenibile nel lungo periodo.

Simonetta Marenzi

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Desidero porgere alcuni interrogativi e alcune riflessioni:

è possibile che la crescita del benessere economico derivi solo dall’incremento dei consumi di beni e dalla diminuzione del costo del lavoro? Quanto benessere c’è nelle aziende dislocate in alcuni paesi del “terzo mondo” che lavorano ad alti regimi di produttività? Quanto cibo dobbiamo mangiare, quante diete provare,  quanto auto acquistare e quanta aria inquinare,  quanti rifiuti smaltire e  quanti vestiti indossare  per migliorare la nostra condizione di vita?

Da che cosa si misura davvero il benessere di una società?

E soprattutto: Qual’è il vero prezzo di un oggetto? Quello che paghiamo all’azienda o quello dei costi sociali che ricadono su tutti noi?

L’accordo sulla produttività per ora non è stato ancora raggiunto e sono curiosa di sapere quali proposte ci sono e ci saranno in proposito.

Cerchiamo di chiarire alcuni punti:

  1. cosa significa produttività del lavoro? La produttività corrisponde alla quantità di lavoro necessario per produrre una unità di un bene specifico.
  2. Da che cosa dipende l’aumento della produttività? Dipende da quanto velocemente lavorano i collaboratori di una azienda che a sua volta e connesso ad una serie di variabili:l’organizzazione del lavoro, un sistema efficiente di infrastrutture, dalle risorse disponibili per svolgere il proprio lavoro, dalla tecnologia in uso e dalle capacità e competenze dei singoli (leggi formazione). Elementi, questi, che non ricadono tutti sotto la responsabilità dei lavoratori.
  3. Perchè è importante? Perchè da essa dipende il costo del lavoro per ogni prodotto realizzato. Se aumento la produttività ma rimane invariato il reddito del lavoro dipendente il costo del lavoro si ripartisce su un numero più alto di produtti e questo mi  permetterebbe di venderli ad un prezzo più basso sul mercato globale.
  4. La diminuzione del costo del lavoro si traduce in un abbassamento dei prezzi di vendita creando un vantaggio per i compratori? Non sempre, altrimenti non si spiegherebbero le condizioni di vita in cui versano i popoli di alcune zone della terra. Dipende dalle politiche commerciali delle aziende.  Ciò che è certo è che incrementa il margine di profitto dell’azienda. Cosa ne fa poi diviene “affar suo”.
  5. Quali altri costi influiscono sulla determinazione del costo di un bene? Ci sono alcuni costi che non variano con il variare della quantità prodotta. Questi sono detti costi fissi, come appunto il costo del lavoro, affitti dei locali, costi dei macchinari. Poi ci sono dei costi variabili, che variano con il variare della quantità prodotta quali il costo dell’energia (in Italia tra i più alti d’Europa), il costo della materia prima, del trasporto etc. etc.  Di imposte e di costo del denaro (sui prestiti per l’attività d’impresa) non ne parliamo nemmeno.
  6. L’incremento del margine di profitto di una azienda si traduce sempre in un incremento del benessere dei lavoratori e di un territorio? C’è la tendenza a far credere questo ma non è così. Chi ha poco spende, sul proprio territorio, quel poco per acquistare ciò che gli è necessario per vivere, chi ha molto tende in parte ad accumulare l’incremento del guadagno, e cerca forme di investimento redditizie (non per forza sul territorio nazionale).
  7. Che effetti determinerà l’agganciare il reddito dei lavoratori alla produttività aziendale? Una riduzione dei costi di produzione e  un incremento del Pil che però è un indice oramai inadeguato ad esprimere il benessere di una società. L’Italia è un realtà lavorativa costituita per lo più da medie e piccole imprese, con problemi di organizzazione del lavoro, di infrastrutture e di scarsa innovazione tecnologica e molto spesso i piccoli imprenditori versano in condizioni simili ai loro dipendenti.
  8. Cosa si tenta di mettere in evidenza con queste inziative? Se l’obiettivo è la meritocrazia (chi più fa meglio guadagna) non è solo il tanto che conta ma soprattutto il  “cosa” ed il “come”. Se l’obiettivo è la competitività, idem.
  9. In che modo l’incremento della produttività (realizzare di più in meno tempo) si traddurebbe in un incremento dei posti di lavoro? In teoria attraverso il risparmio ottenuto le imprese dovrebbero riuscire ad incrementare le vendite, aumentare i fatturati e reinvestirli sul territorio creando occupazione. In realtà, vediamo che le aziende  medio/grandi spostano le loro sedi produttive ed anche le sedi sociali in territori dove trovano condizioni vantaggiose per loro ma non sempre dignitose per i lavoratori (vedi l’alto numero di suicidi in Cina ed in India, Africa, America Latina), le più piccole tentanto di sopravvivere.
  10. Il costo del lavoro è il vero ostacolo per la ripresa economica? In un recente passato molte aziende avevano preferito ricorrere a forme di lavoro atipiche, ed a tempo determinato, quali lavoratori a progetto, interinali, partite iva monomandatari, subfornitori etc. il tutto con lo scopo di ridurre il costo del lavoro e delocalizzare alcuni costi rigirandoli sulle spalle dei lavoratori medesimi che, attraverso queste forme atipiche di lavoro già incrementavano la loro produttività (nella speranza di vedersi inseriti a tempo indeterminato in azienda) e già vedevano decurtata la loro paga. Quale beneficio ne è conseguito per la moltitudine? La  risposta la troviamo nell’osservare il panorama generale in cui ci troviamo. 

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Molto spesso le persone non sono interessate a ciò che accade nel mondo dei mercati finanziari perché reputati difficili da comprendere e distanti dalla realtà quotidiana. Si crede erroneamente che tali notizie riguardino investitori, banche e pochi soggetti lontani da noi e dalla nostra vita quanto lo è il pianeta Marte e che, proprio come il pianeta, la finanza eserciti qualche influsso di cui non si conosce ancora la portata. Tuttavia curiosare tra notizie di finanza ed economia può essere molto illuminante. Oggi osserveremo più da vicino cosa sono le “operazioni di vendita allo scoperto” o per dirla in modo complicato le “short selling” e quali conseguenze possono scatenare.  Si tratta di operazioni molto controverse, che consistono in questo:

  • tra gli operatori di borsa iniziano a circolare notizie pessimistiche su una determinata azienda. La domanda che si pongono è: “Come posso lucrare sulla malasorte altrui?” . Risposta. “dovrei vendere questi titoli/azioni il prima possibile. Peccato che non li possegga. Ma posso farmeli prestare da qualcuno!!”
  • Gli operatori di borsa si rivolgono quindi a chi possiede in abbondanza tali titoli e glieli chiede in prestito, dietro pagamento di un compenso per l’affitto a breve termine. Più è lungo il contratto di affitto più interessi pagano.
  • A questo punto i titoli, ottenuti in prestito, vengono piazzati sul mercato e venduti a terzi incassando il relativo corrispettivo. Se le cose procedono come da previsione, queste vendite consistenti esercitano una influenza al ribasso per cui altri cominceranno a vendere facendo diminuire ancora il valore del titolo dell’azienda, ignara di essere sotto “bombardamento”.
  • Quando il valore è ribassato in modo adeguato l’operatore di borsa riacquista i titoli,da restituire al leggitimo proprietario, ad un prezzo più basso rispetto alla vendita da lui effettuata poc’anzi; al momento della restituizione paga “il noleggio” e si porta a casa la differenza.

Cosa c’entra tutto questo con i nostri problemi quotidiani? Vi propongo una storia che è solo una metafora, ma aiuterà forse a capire possibili effetti: supponiamo che esista una località che chiamiamo “Beta” e supponiamo che uno di nome Caio creda che a “Beta” le case perderanno valore e voglia guadagnarci qualcosa. Caio sa che Tizio possiede molte case a Beta e le affitta per un certo periodo. Caio mette poi in vendita tutte le case affittate da Tizio e, più o meno velocemente, riesce a venderle incassando  ad esempio 500 mila euro. Questa ondata di vendite fa nascere sospetti, a torto o a ragione, alla gente del luogo ed anche a chi ha appena acquistato casa che, temendo di vedere svalutare la proprietà, cerca di vendere a sua volta e velocemente, a costo di  ribassare il prezzo. A questo punto Caio riacquista ad un prezzo più basso, diciamo 300 mila euro, le stesse case da lui vendute poco prima e le restituisce a Tizio, saldando l’affitto di 50 mila euro e tenendo per lui il resto: 150 mila euro.

Qual’è il succo della storia? Che qualcuno ha venduto qualcosa che non possedeva (e forse per questo si chiamano vendite allo scoperto) ed è riuscito pure a lucrare sulla vendita. Ma Beta è ora una città semideserta, gli abitanti hanno perso molti denari svendendo le loro case e l’economia locale ha subito un grosso danno. Il denaro di chi aveva comprato casa a Beta, e di chi vi lavorava, è ora in mano a Caio, che se la spassa. Le operazioni allo scoperto non riguardano la compravendita di case ma l’esempio vuole illustrare gli effetti della speculazione. Naturalmente non sempre le cose vanno così; a volte questi speculatori sbagliano le previsioni. Accadde nel 2008 e l’azienda bersaglio fu la Wolkswagen ma, per sua fortuna, chi aveva acquistato il titolo dai trader se lo tenne stretto con il risultato che in una settimana il valore delle azioni aumentò di molto e chi voleva speculare si ritrovò a perdere molto denaro per riacquistare a caro prezzo le azioni da restituire al legittimo proprietario. In Italia questo tipo di operazioni ha subito degli stop nei momenti di maggiore crisi e delle ripartenze nei momenti di lieve ripresa. Il 1 novembre entra in vigore il Regolamento EU NR 236/2012 del 14 marzo 2012 che non vieta tali operazioni ma cercherà di regolamentarle a livello europeo onde evitare discrepanze tra i diversi Paesi. Che dire… tutte le volte che non ci interessiamo ad alcuni aspetti e fatti che influenzano il nostro quotidiano deleghiamo questo potere ad altri. Conoscenza e consapevolezza possono restituirci la voce per chiedere giusta tutela a chi ci rappresenta.

Simonetta Marenzi

Counselor aziendale e sociale

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