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Posts Tagged ‘crisi economica’

gattopardo

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi” questa è la frase con cui Giuseppe Tomasi de Lampadusa, nel suo celebre romanzo “Il gattopardo”, sintetizza l’immutabilità sottostante i  cambiamenti, politici e sociali, perchè a tali cambiamenti non corrisponde un parallelo intento di mutare a livello individuale. Al sorgere di ogni nuovo Governo, le speranze rinnovate e puntualmente disattese, finiscono con lo stroncare ogni energia di rinnovare e di rinnovarsi, persi in una sorta di oblio intorpidente che ha al contempo un grande vantaggio: la certezza del conosciuto, che diventa stagnazione, e finisce col puzzare. E quando ogni residuo di fluidità “evapora”, il paesaggio economico si secca e si sbriciola. In questa metafora la polvere è rappresentata da un debito pubblico salito a quota 135% rispetto al Pil. Che significa? Immaginate di avere un contratto un debito 135 volte supperiore alla vostra capacità di racimilorare quella somma attraverso il vostro lavoro quotidiano. Impossibile ripagarlo, a meno di contare su una vincita improvvisa o sulla morte provvidenziale di qualche ricco parente. Entrambe queste possibilità sono precluse ad uno Stato. Ma nonostante ciò c’è una parte d’Italia che continua a chiedere uno stop all’austerity.  Ma che c’entra tutto ciò con la sindrome del gattopardo?

C’entra eccome! Perchè questa situazione è una conseguenza del modo di pensare e di agire diffuso. I governi si succedono, i nomi di presidenti e ministri cambiano, le strategie monetarie si modificano, eppure il nostro paese arranca sempre di più. Siamo ancora ingenuamente e superbamente convinti che esistono in politica supereroi che ci possano salvare da decenni di sprechi delle nostre risorse finanziarie e patrimoniali, senza peraltro chiederci di rivedere le nostre abitudini.

Ciò che temiamo più di tutto è il cambiamento. Per cambiamento intendo una diversa presa di coscienza sulla corresponsabilità della situazione attuale, da parte di tutti, anche di chi fa calcoli strategici in vista di future elezioni. Il sistema burocratico italiano è divenuto così macchiavellico proprio perchè la sua funzione principale era di mantenere uno stato inalterato delle cose disperdendo le energie ed il dinamismo economico e sociale nei meandri di cavilli e balzelli vari.

Il Presidente della BCE, Mario Draghi, ci sta dando una grande opportunità grazie ad un’ulteriore taglio dei tassi e ad azioni di sostegno all’economia attraverso la scelta di acquistare titoli e obbligazioni garantiti da crediti alle famiglie e alle imprese. In questo modo le banche da un lato riceveranno nuova liquidità dall’altro si libereranno di crediti non sempre certi, e avranno nuove somme disponibili da rimette in circolo. Ma questa azione di politica monetaria non andrà a curare la causa prima del nostro male: l’assenza di riforme strutturali.  E’ necessario che la mentalità Italiota (il termine è stato coniato da una collega) si faccia da parte. Se questi denari non verranno riversati nell’economia attraverso crediti alle imprese ed alle famiglie e se questo non sarà preceduto da una serie di riforme strutturali quali lo snellimento burocratico, mirato a favorire l’operatività economica e gli investimenti di capitali, la lotta alla corruzione – che agisce da leva a favore degli investimenti e della fiducia – la revisione del cuneo fiscale (divario tra quanto costa un dipendente all’azienda e quanto il dipendente percepisce di stipendio netto) e da una revisione dell’imposizione fiscale a favore delle piccole e medie imprese che hanno sede legale, amministrativa fiscale e produttiva in Italia, non ci sarà una ulteriore possibilità di ripresa per il nostro paese. Non è catastrofismo ma realismo. Dobbiamo adottare collettivamente una visione del bene comune, unica possibiltà di ripartire in un momento così difficile. Cambiamento, oggi, significa abbondonare quella mentalità votata al clientelismo ed alla mancanza di una meritocrazia reale; significa anche abbandonare la tendenza paternalista dello Stato di allungare la sua ala prottettiva verso aziende ed imprenditori che sono sull’orlo del fallimento, ritardandone l’agonia ma senza creare una prospettiva concreta per i lavoratori. Cambiamento significa inoltre dare il giusto valore al nostro patrimonio culturale ed immobiliare ed inibire quella tendenza “mordi e fuggi” presente in molte attività economiche di sfruttare quanto sfruttabile in termini di risorse naturali ed “UMANE” lasciando poi che le scorie, i danni e le morti sul lavoro o per danno ambientale finiscano a gravare sulle casse dello stato. Cambiamento significa porre un freno alle pensioni dorate, a tripli incarichi, alle cariche “ereditarie” ed alle finte invalidità di cui beneficiano alcuni. Cambiamento significa favorire la ricerca e la sviluppo del sistema educativo, quali fondamenta di un paese che vuole crescere.

Non esistono in politica, così come nella vita, eroi risolutori di ogni male ma esistono 60 milioni di persone che agiscono mossi dai loro istinti e desideri, talvolta altruistici ma troppo spesso desiderosi di ricevere molto di più di quanto siano disposti a dare ed in economia, se non c’è pareggio, la situazione non regge.

Simonetta Marenzi

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Non è un numero civico né un numero esoterico. Questo è il numero del Decreto del 07 dicembre 2012 che sancisce una importante novità. Questo Decreto, riprendendo quanto stabilito dal Trattato di Istituzione del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), stabilisce che a partire dal 1° gennaio 2013 tutte le nuove emissioni di Buoni del Tesoro poliennali sono soggette alle CACS – non è una parolaccia ma si tratta delle Clausole di Azione Collettiva (CACS). Le Clausole di Azione Collettiva prevedono che i termini e le condizioni dei titoli di Stato possono essere modificate in seguito ad accordo raggiunto tra lo Stato emittente, o gli altri Enti emittenti, ed una percentuale, che varia in funzione dei casi, degli investitori. Se viene raggiunto l’accordo con la percentuale indicata di investitori allora le modifiche scattano anche per gli altri creditori, volenti o nolenti. Perchè introdurre le CACS?

Abbiamo visto quanto il panorama internazionale sia piuttosto instabile e mi riferisco a quanto accaduto di recente in Grecia e a Cipro; e soprattutto abbiamo visto come si sia reso necessario attuare interventi di natura eccezionale volti a contenere il rischio di default, non di una impresa ma di alcuni Stati Europei. Se questo rischio si presentasse, o ci fosse la necessità di coprire esigenze di cassa da parte dello Stato Italiano, potranno ora essere ridefinite le condizioni ed i termini di questi titoli poliennali. Le possibilità di variazione includono la modifica della data di pagamento di cedole o rimborsi, la riduzione del pagamento e del rimborso, la modifica del metodo di calcolo dei pagamenti e anche l’ordine di preferenza nel pagamento rispetto ad altri creditori. Queste modifiche abbiamo detto che scatterebbero per scongiurare rischi di default o gravi necessità di cassa ma questa ipotesi, oggidì, non è poi così remota. Il punto fondamentale da evidenziare, a mio avviso, e che la BCE (Banca Centrale Europea) presta denari alle banche nazionali che a loro volta acquistano in misura consistente i Titoli di Stato, onde rimpinguarne le casse, ma anche perchè considerati più remunerativi ed appettibili rispetto alla normale attività creditizia da svolgere in favore delle imprese e dell’economia. In caso di problemi di cassa da parte dello Stato gli investitori, tra cui le banche nazionali, vedrebbero modificate le condizioni del credito vantato. Con quali conseguenze per la banca e per i clienti correntisti? E chi interverebbe poi a sostegno delle banche che a loro volta hanno sostenuto lo Stato acquisendone i titoli di debito? La storia recente insegna che a coprire le necessità intervengono i soci azionisti, i correntisti con crediti superiori ad una certa cifra (a Cipro la cifra limite era di 100 mila euro) o lo Stato, che rastrella i denari necessari ad evitare il fallimento degli istituti di credito inasprendo la pressione fiscale (vedi caso Monte dei Paschi di Siena). Il denaro non genera denaro. Vendere debiti non genera crediti ne crescita, sposta il problema a data da destinarsi. Di nuovo, indirettamente, possiamo capire l’enorme importanza di una ripresa economica programmata e sostenibile nel lungo periodo.

Simonetta Marenzi

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La crisi economica e finanziaria che ci ha colpito a livello globale è dovuta a vari fattori, molti dei quali già noti:

  1. Aumento del costo del petrolio e di conseguenza dei costi di produzione;
  2. le nuove tecnologie nel settore della comunicazione e della produzione, migliorano la produttività ed i processi operativi nelle imprese, prolungando la vita utile di aziende che altrimenti erano per altri versi oramai obsolete e destinate a chiudere.
  3. L’aumento della produttività, nel breve, ha favorito un aumento dei consumi, grazie anche alla facilità di accesso al credito (acquisto tramite carte di credito, mutui sub prime etc.) ma i redditi derivati dalle vendite e dal risparmio dei costi produttivi non venivano reinvestiti nel sistema economico sul territorio, per sviluppare nuove tecnologie e fare formazione, ma venivano dissipati in altri consumi o investiti sul mercato finanziario.
  4. Il mercato finanziario è sempre più slegato dal quello economico. Se il prodotto interno lordo mondiale  del 2010 era di circa 74 mila miliardi di dollari, la finanza lo superava di circa otto volte se si sommano mercato obbligazionario, borsistico e i derivati. Ovvero si crea uno spostamento di denaro dal settore produttivo e dal risparmio verso il mercato finanziario, mossi dall’intento di un guadagno non più legato al  lavoro (lavoro da labor = fatica) ma speculativo.
  5. Nel frattempo l’apertura dei mercati alle aziende dei paesi emergenti dirottava su queste consumi ed investimenti con conseguente riduzione della  domanda di beni e servizi prodotti nei mercati occidentali causando quindi una perdita in termini di posti di lavoro nelle aziende nostrane, ma non solo.
  6. La perdita dei posti di lavoro generava difficoltà nel pagamento dei mutui stipulati per acquisto di case del valore superiore alla propria capacità di spesa causando poi il pignoramento della casa  e facendone crollare i prezzi.
  7. Per effetto della difficoltà di pagamento del debito le banche sospendono l’erogazione del credito.Chi ha causato tutto questo? Noi: banche, imprese, lavoratori e consumatori, chi più chi meno. In che modo? Occupandoci di operazioni finanziarie, prestando denaro ad aziende di cui ignoriamo le cosiddette “mission” e “vision”; se prestiamo a società che premiano la riduzione del costo del lavoro (leggi riduzione del personale)  contribuiamo a far aumentare la spesa sociale (leggi ammortizzatori, sussidi etc.). Se il denaro prestato viene utilizzato per finanziare un prodotto che poi si rivela dannoso per la salute, il costo sociale dei danni creati verrà assorbito dalla collettività tra cui gli stessi che hanno prestato il denaro. Come possiamo invertire il processo? Inserendo nel processo economico una visione “costruttiva” globale, non per motivi moralistici ma per non autolesionarci.

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