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Archive for novembre 2014

atomo_1907

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gattopardo

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi” questa è la frase con cui Giuseppe Tomasi de Lampadusa, nel suo celebre romanzo “Il gattopardo”, sintetizza l’immutabilità sottostante i  cambiamenti, politici e sociali, perchè a tali cambiamenti non corrisponde un parallelo intento di mutare a livello individuale. Al sorgere di ogni nuovo Governo, le speranze rinnovate e puntualmente disattese, finiscono con lo stroncare ogni energia di rinnovare e di rinnovarsi, persi in una sorta di oblio intorpidente che ha al contempo un grande vantaggio: la certezza del conosciuto, che diventa stagnazione, e finisce col puzzare. E quando ogni residuo di fluidità “evapora”, il paesaggio economico si secca e si sbriciola. In questa metafora la polvere è rappresentata da un debito pubblico salito a quota 135% rispetto al Pil. Che significa? Immaginate di avere un contratto un debito 135 volte supperiore alla vostra capacità di racimilorare quella somma attraverso il vostro lavoro quotidiano. Impossibile ripagarlo, a meno di contare su una vincita improvvisa o sulla morte provvidenziale di qualche ricco parente. Entrambe queste possibilità sono precluse ad uno Stato. Ma nonostante ciò c’è una parte d’Italia che continua a chiedere uno stop all’austerity.  Ma che c’entra tutto ciò con la sindrome del gattopardo?

C’entra eccome! Perchè questa situazione è una conseguenza del modo di pensare e di agire diffuso. I governi si succedono, i nomi di presidenti e ministri cambiano, le strategie monetarie si modificano, eppure il nostro paese arranca sempre di più. Siamo ancora ingenuamente e superbamente convinti che esistono in politica supereroi che ci possano salvare da decenni di sprechi delle nostre risorse finanziarie e patrimoniali, senza peraltro chiederci di rivedere le nostre abitudini.

Ciò che temiamo più di tutto è il cambiamento. Per cambiamento intendo una diversa presa di coscienza sulla corresponsabilità della situazione attuale, da parte di tutti, anche di chi fa calcoli strategici in vista di future elezioni. Il sistema burocratico italiano è divenuto così macchiavellico proprio perchè la sua funzione principale era di mantenere uno stato inalterato delle cose disperdendo le energie ed il dinamismo economico e sociale nei meandri di cavilli e balzelli vari.

Il Presidente della BCE, Mario Draghi, ci sta dando una grande opportunità grazie ad un’ulteriore taglio dei tassi e ad azioni di sostegno all’economia attraverso la scelta di acquistare titoli e obbligazioni garantiti da crediti alle famiglie e alle imprese. In questo modo le banche da un lato riceveranno nuova liquidità dall’altro si libereranno di crediti non sempre certi, e avranno nuove somme disponibili da rimette in circolo. Ma questa azione di politica monetaria non andrà a curare la causa prima del nostro male: l’assenza di riforme strutturali.  E’ necessario che la mentalità Italiota (il termine è stato coniato da una collega) si faccia da parte. Se questi denari non verranno riversati nell’economia attraverso crediti alle imprese ed alle famiglie e se questo non sarà preceduto da una serie di riforme strutturali quali lo snellimento burocratico, mirato a favorire l’operatività economica e gli investimenti di capitali, la lotta alla corruzione – che agisce da leva a favore degli investimenti e della fiducia – la revisione del cuneo fiscale (divario tra quanto costa un dipendente all’azienda e quanto il dipendente percepisce di stipendio netto) e da una revisione dell’imposizione fiscale a favore delle piccole e medie imprese che hanno sede legale, amministrativa fiscale e produttiva in Italia, non ci sarà una ulteriore possibilità di ripresa per il nostro paese. Non è catastrofismo ma realismo. Dobbiamo adottare collettivamente una visione del bene comune, unica possibiltà di ripartire in un momento così difficile. Cambiamento, oggi, significa abbondonare quella mentalità votata al clientelismo ed alla mancanza di una meritocrazia reale; significa anche abbandonare la tendenza paternalista dello Stato di allungare la sua ala prottettiva verso aziende ed imprenditori che sono sull’orlo del fallimento, ritardandone l’agonia ma senza creare una prospettiva concreta per i lavoratori. Cambiamento significa inoltre dare il giusto valore al nostro patrimonio culturale ed immobiliare ed inibire quella tendenza “mordi e fuggi” presente in molte attività economiche di sfruttare quanto sfruttabile in termini di risorse naturali ed “UMANE” lasciando poi che le scorie, i danni e le morti sul lavoro o per danno ambientale finiscano a gravare sulle casse dello stato. Cambiamento significa porre un freno alle pensioni dorate, a tripli incarichi, alle cariche “ereditarie” ed alle finte invalidità di cui beneficiano alcuni. Cambiamento significa favorire la ricerca e la sviluppo del sistema educativo, quali fondamenta di un paese che vuole crescere.

Non esistono in politica, così come nella vita, eroi risolutori di ogni male ma esistono 60 milioni di persone che agiscono mossi dai loro istinti e desideri, talvolta altruistici ma troppo spesso desiderosi di ricevere molto di più di quanto siano disposti a dare ed in economia, se non c’è pareggio, la situazione non regge.

Simonetta Marenzi

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