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Archive for agosto 2014

Quotidianamente sentiamo parlare di IUS SOLI, ma che cos’è? La IUS SOLI (“diritto del suolo) indica l’acquisizione della cittadinanza come conseguenza del fatto di essere nati nel territorio dello Stato, qualunque sia la cittadinanza posseduta dai genitori, mentre la IUS SANGUINIS implica il diritto alla cittadinanza per il fatto di avere un genitore in possesso della cittadinanza. In Italia lo ius soli si applica in due casi: per nascita sul territorio italiano con genitori ignoti o apolidi o impossibilitati a trasmettere al soggetto la propria cittadinanza secondo la legge dello Stato di provenienza, oppure se il soggetto è figlio di ignoti ed è trovato nel territorio italiano. Tuttavia il cittadino straniero nato in Italia e che ha mantenuto la residenza dalla nascita, può, al raggiungimento della maggiore età, chiedere la cittadinanza italiana. Attualmente la discussione verte sul ridurre i tempi per ottenere la cittadinanza per diritto del suolo. In tutti i casi il presupposto dei legislatori, sembra essere quello di voler creare un “legame” tra il soggetto e la terra in cui vive; un legame che può sorgere per motivi economici (di lavoro), affettivi (matrimonio) o di volontà della persona divenuta maggiorenne.

Non intendo soffermarmi sulle attuali diatribe in corso circa la modifica dei termini per la Ius Soli ma mi preme portare in evidenza alcuni fattori determinanti a favorire quel “legame” tra la persona e la terra agevolando sia l’integrazione del cittadino straniero che, al contempo, la tutela del patrimonio storico e la diversità culturale del Paese ospitante. E’ il presupposto fondamentale di una sana relazione tra la terra ospitante e l’individuo.

In epoche passate, come in quella attuale, l’occidente è stato oggetto di flussi migratori, generati da problemi sociali, economici e finanziari, e gli immigrati di ogni religione, razza, ed età sono mossi dal desiderio di acquisire maggiore benessere per sé e per il proprio gruppo di appartenenza. Così fu anche per quegli emigranti italiani che inseguivano il sogno di libertà dalla miseria e dalla fame e che fuggivano da una struttura societaria oramai obsoleta. Ogni essere umano è un essere sociale mosso da una serie di bisogni che desidera soddisfare: fisiologici, di sicurezza, di affetto, di stima, di autorealizzazione, e per soddisfare quei bisogni deve poter innanzitutto comunicare. La buona conoscenza della lingua del paese di destinazione permette di entrare in relazione con i cittadini di quel paese, conoscerne usi, costumi, idee e tradizioni, permette in sostanza di creare quel “legame” che è indispensabile a limitare i problemi di integrazione ed eventuali conflitti sociali.

Chi emigra rimane, giustamente, per lo più aderente ai valori della cultura di origine, perchè fanno parte della sua storia personale e di quella dei suoi avi, nel quale si riconosce e può esprimere se stesso. La buona conoscenza della lingua parlata e scritta dovrebbe pertanto essere uno dei requisiti che fanno di un immigrato un possibile cittadino perchè la capacità di esprimersi e di farsi comprendere offre maggiori possibilità di inseririsi in un dato contesto geopolitico e sociale. La legge che regola il diritto alla cittadinanza pertanto dovrebbe, oltre che determinare i tempi ed i modi per richiederla, anche tener conto di quali sono gli elementi che favoriscono la creazione di un buon legame, tutelando il diritto alla “ricerca della felicità” ma tutelando al contempo il proprio capitale umano-storico-socio-culturale, senza preconcetti ma anche senza paure di accuse di razzismo. La mancata o scarsa conoscenza della lingua genera alcuni problemi quali:

  1. la persona straniera preferirà restare in contesti conosciuti, cercherà di favorire l’espansione della sua cultura, delle sue tradizioni, sociali religiose-filosofiche nel paese di destinazione, vedendo in esso solo una diversa occasione economica e non riconoscendovi altri interessi. Il legame terra- uomo è debole perchè solo di natura commerciale.

  2. Alto rischio di sfruttamento in termini lavorativi, creazioni di squilibri salariali e di conseguenza, nel lungo periodo, tendenza al ribasso nelle condizioni contrattuali per tutti, cittadini e stranieri. Questo influisce sul rifiuto a svolgere alcuni lavori da parte dei lavoratori italiani perchè le condizioni salariali ed il contesto risultano essere estremamente gravosi.

  3. Le difficoltà economiche conseguenti per tutti, cittadini e stranieri, acuiscono il conflitto – timore che si sposta sul soggetto straniero anziché sulle cause della crisi lavorativa generando una guerra tra poveri.

  4. Conseguente riduzione dei consumi sul territorio locale e progressivo impoverimento.

  5. Difficoltà per insegnanti e studenti di operare in modo efficiente in contesti di studio con rischio di tendenza al ribasso delle varie competenze e risorse.

La diversità linguistica e culturale può tradursi in ricchezza per un territorio se però viene affrontata con consapevolezza dei problemi reciproci, delle rispettive paure e difficoltà, ma soprattutto senza sensi di colpa permettendo ad entrambi di ricordare chi è che offre ospitalità e chi è che la sta chidendo, senza sopraffazioni e senza vittimismi. La convivenza copartecipatava (termine che preferisco rispetto alla parola “integrazione”) è un processo lungo che può durare generazioni ma può essere guidato e facilitato con opportuni interventi e con adeguate norme sia in materia di immigrazione che di acquisizione della cittadinanza. Ottenere la cittadinanza implica una serie di diritti e di doveri perchè si crea un rapporto tra lo Stato ed il soggetto e, come ogni rapporto, può funzionare in modo sano ed efficace quando tutte le parti coinvolte sono intenzionate a mantenere vivo e vitale quell’unione. Ogni riflessione in tema di integrazione, di modifica delle legge sull’immigrazione e sulla Ius Soli dovrebbe tener conto, accanto al problema linguistico, di ogni ulteriore ambito che riguarda la vita dell’essere umano e del suo inserimento in un contesto socio-storico-economico e culturale diverso da quello d’origine e deve anche tenr conto della capacità di , in termini di tempi e modi, da parte dello Stato interessato. Sarebbe pertanto opportuno coinvolgere, in via preventiva, rappresentanti delle diverse categorie che per esperienza e professione hanno maturato una conoscenza approfondita di tutte le problematiche collegate al processo di integrazione. Non si tratta di una “semplice” questione di ideologia politica, dove si dà priorità nel far prevalere un orientamento piuttosto che l’altro, ma di un tema concreto che richiede un confronto apolitico di problematiche emerse in seguito alle modifiche dei flussi migratori di questa fase storica ed in seguito anche ai problemi sorti con l’applicazione della legge “Bossi-Fini”. Vanno ascoltati i rifugiati ed i migranti, le associazioni di volontariato che quotidianamente li accolgono, laiche e cattoliche, le forze dell’ordine che per anni hanno lavorato nei centri di accoglienza, i rappresentanti dei lavoratori occupati in aziende che riportano un alto tasso di lavoro immigrato e rappresentanti degli imprenditori delle varie associazioni di categoria, i sindaci dei comuni che registrano una forte presenza di soggetti stranieri, rappresentanti dei cittadini, rappresentanti di insegnanti e studenti di scuole con alto numero di studenti stranieri, storici per una analisi comparativa della situazione odierna con quella passata, e counselor sociali e di comunità per facilitare il dialogo tra le parti. Solo raccogliendo preventivamente i dubbi e le paure, ma anche le proposte ed esperienze di tutti coloro che quotidianamente sono coinvolti nel processo di integrazione dei soggetti stranieri nel territorio nazionale, si potranno gettare le base normative, giuridiche, di competenza della classe politica al Governo congiuntamente ai consigli dell’opposizione, per una convivenza reciprocamente sana, profiqua e dignitosa.

Simonetta Marenzi

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