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Archive for novembre 2012

Desidero porgere alcuni interrogativi e alcune riflessioni:

è possibile che la crescita del benessere economico derivi solo dall’incremento dei consumi di beni e dalla diminuzione del costo del lavoro? Quanto benessere c’è nelle aziende dislocate in alcuni paesi del “terzo mondo” che lavorano ad alti regimi di produttività? Quanto cibo dobbiamo mangiare, quante diete provare,  quanto auto acquistare e quanta aria inquinare,  quanti rifiuti smaltire e  quanti vestiti indossare  per migliorare la nostra condizione di vita?

Da che cosa si misura davvero il benessere di una società?

E soprattutto: Qual’è il vero prezzo di un oggetto? Quello che paghiamo all’azienda o quello dei costi sociali che ricadono su tutti noi?

L’accordo sulla produttività per ora non è stato ancora raggiunto e sono curiosa di sapere quali proposte ci sono e ci saranno in proposito.

Cerchiamo di chiarire alcuni punti:

  1. cosa significa produttività del lavoro? La produttività corrisponde alla quantità di lavoro necessario per produrre una unità di un bene specifico.
  2. Da che cosa dipende l’aumento della produttività? Dipende da quanto velocemente lavorano i collaboratori di una azienda che a sua volta e connesso ad una serie di variabili:l’organizzazione del lavoro, un sistema efficiente di infrastrutture, dalle risorse disponibili per svolgere il proprio lavoro, dalla tecnologia in uso e dalle capacità e competenze dei singoli (leggi formazione). Elementi, questi, che non ricadono tutti sotto la responsabilità dei lavoratori.
  3. Perchè è importante? Perchè da essa dipende il costo del lavoro per ogni prodotto realizzato. Se aumento la produttività ma rimane invariato il reddito del lavoro dipendente il costo del lavoro si ripartisce su un numero più alto di produtti e questo mi  permetterebbe di venderli ad un prezzo più basso sul mercato globale.
  4. La diminuzione del costo del lavoro si traduce in un abbassamento dei prezzi di vendita creando un vantaggio per i compratori? Non sempre, altrimenti non si spiegherebbero le condizioni di vita in cui versano i popoli di alcune zone della terra. Dipende dalle politiche commerciali delle aziende.  Ciò che è certo è che incrementa il margine di profitto dell’azienda. Cosa ne fa poi diviene “affar suo”.
  5. Quali altri costi influiscono sulla determinazione del costo di un bene? Ci sono alcuni costi che non variano con il variare della quantità prodotta. Questi sono detti costi fissi, come appunto il costo del lavoro, affitti dei locali, costi dei macchinari. Poi ci sono dei costi variabili, che variano con il variare della quantità prodotta quali il costo dell’energia (in Italia tra i più alti d’Europa), il costo della materia prima, del trasporto etc. etc.  Di imposte e di costo del denaro (sui prestiti per l’attività d’impresa) non ne parliamo nemmeno.
  6. L’incremento del margine di profitto di una azienda si traduce sempre in un incremento del benessere dei lavoratori e di un territorio? C’è la tendenza a far credere questo ma non è così. Chi ha poco spende, sul proprio territorio, quel poco per acquistare ciò che gli è necessario per vivere, chi ha molto tende in parte ad accumulare l’incremento del guadagno, e cerca forme di investimento redditizie (non per forza sul territorio nazionale).
  7. Che effetti determinerà l’agganciare il reddito dei lavoratori alla produttività aziendale? Una riduzione dei costi di produzione e  un incremento del Pil che però è un indice oramai inadeguato ad esprimere il benessere di una società. L’Italia è un realtà lavorativa costituita per lo più da medie e piccole imprese, con problemi di organizzazione del lavoro, di infrastrutture e di scarsa innovazione tecnologica e molto spesso i piccoli imprenditori versano in condizioni simili ai loro dipendenti.
  8. Cosa si tenta di mettere in evidenza con queste inziative? Se l’obiettivo è la meritocrazia (chi più fa meglio guadagna) non è solo il tanto che conta ma soprattutto il  “cosa” ed il “come”. Se l’obiettivo è la competitività, idem.
  9. In che modo l’incremento della produttività (realizzare di più in meno tempo) si traddurebbe in un incremento dei posti di lavoro? In teoria attraverso il risparmio ottenuto le imprese dovrebbero riuscire ad incrementare le vendite, aumentare i fatturati e reinvestirli sul territorio creando occupazione. In realtà, vediamo che le aziende  medio/grandi spostano le loro sedi produttive ed anche le sedi sociali in territori dove trovano condizioni vantaggiose per loro ma non sempre dignitose per i lavoratori (vedi l’alto numero di suicidi in Cina ed in India, Africa, America Latina), le più piccole tentanto di sopravvivere.
  10. Il costo del lavoro è il vero ostacolo per la ripresa economica? In un recente passato molte aziende avevano preferito ricorrere a forme di lavoro atipiche, ed a tempo determinato, quali lavoratori a progetto, interinali, partite iva monomandatari, subfornitori etc. il tutto con lo scopo di ridurre il costo del lavoro e delocalizzare alcuni costi rigirandoli sulle spalle dei lavoratori medesimi che, attraverso queste forme atipiche di lavoro già incrementavano la loro produttività (nella speranza di vedersi inseriti a tempo indeterminato in azienda) e già vedevano decurtata la loro paga. Quale beneficio ne è conseguito per la moltitudine? La  risposta la troviamo nell’osservare il panorama generale in cui ci troviamo. 
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