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Archive for novembre 2011

Quali conseguenze potrebbe causare la libertà di licenziare applicata dalle aziende pubbliche e private?

Dipende da come viene utilizzata questa possibilità. Come ogni strumento non è in sè giusto o sbagliato ma dipende dall’uso che se ne fa e dagli intenti  che si celano dietro al suo utilizzo. In quasi tutti gli ambienti lavorativi sono presenti molti  individui volenterosi, attivi, disponibili e capaci di attenersi e seguire non solo la loro posizione di lavoratore dipendente ma anche le necessità aziendali. Sanno quindi collaborare nel senso più ampio del termine e costituiscono una vera risorsa per l’azienda, la sola vera risorsa poichè attrezzature ed impianti aventi caratteristiche tra loro simili sono intercambiabili e sostituibili senza grandi ripercussioni ma un lavoratore che svolga il propria attività con soddisfazione ed interesse accresce il valore di ciò che realizza e di conseguenza contruibuisce alla richezza aziendale.  Tuttavia, negli stessi ambienti sono anche presenti individui che non provano il benchè minimo interesse per il lavoro che svolgono, svolgendolo in modo approssimativo, svogliato ed irresponsabilmente: si assentano spesso per malattia, si “imboscano” quando sono presenti, favoriscono il dilagare dei conflitti tra colleghi  creando un grande danno all’azienda e quindi, di conseguenza ai colleghi e, alla fine anche  a se stessi. Questa seconda categoria di lavoratori, come anche per la prima,  può occupare qualsiasi ruolo all’interno di una azienda: può trattarsi di un collega di turno, di un capo reparto, del responsabile delle risorse o dei figli e parenti dell’imprenditore, il quale dà loro un impiego senza verificare se in linea con le loro reali capacità ma solo per diritto di “sangue”. Non sempre un capace imprenditore ha figli altrettanto capaci nello svolgere le stesse funzioni. La possibilità di licenziare quei lavoratori che appartengono alla seconda categoria aiuterebbe queste persone a divenire maggiormente responsabili delle loro azioni e delle conseguenze che queste creano nell’ambiente in cui lavorano. Naturalmente occorre che tale libertà di licenziamento non sia incondizionata ma abbia dei limiti ben precisi che possano essere valutati dalle parti in causa. Chi ha sempre lavorato con passione e cura non può essere “dismesso” come un bene usato solo perchè non è più attivo ed efficiente come lo era 15 anni prima. Così come vanno considerati fattori della vita privata dei dipendenti che possono ripercuotersi negativamente sulla qualità del loro lavoro quali potrebbero essere lutti, seprazione o divorzio, malattia ed altro. Inoltre, se si vuole favorire una maggior flessibilità di azione per le aziende, attraverso l’utilizzo del licenziamento, la stessa flessibilità può essere amplificata facendo in modo che le aziende favoriscano la crescita delle competenze ed il benessere dei lavoratori attraverso una formazione efficace e costante della loro professionalità (naturalmente solo per chi fosse interessato e non indiscriminatamente per tutti i lavoratori) , e attraverso una maggiore rotazione dei ruoli, ad esempio. In questo modo se anche momentaneamente causo una difficoltà al lavoratore licenziato, amplifico le possibilità che questi possa trovare quanto prima un nuovo lavoro. Più un lavoratore è qualificato e competente (non solo in termini cognitivi maturati attraverso titoli di studio ma anche e soprattutto in termini di esperienza di lavoro pratico) maggiore è la possibilità per lui di trovare un altro impiego perchè il lavoratore stesso è divenuto flessibile avendo sperimentato più attività ed acquisito capacità nell’azienda per cui lavora. Fare questo per l’impresa vuol dire però accettare il rischio di avere tra le proprie fila qualcuno che per sua scelta può andarsene causando un momento di difficoltò interna. Questo rischio molte aziende non lo vogliono affrontare ed è per questo che nel corso degli ultimi decenni si è venuti a creare una situazione di forte settorizzazione delle attività, ed uno svuotamento progressivo delle azioni lavorative in modo che ognuno, soprattutto “tra i bassi ranghi” fosse immediatamente sostituibile. Maggiori sono le abilità e competenze che ognuno può coltivare maggiori sono le probabilità di benessere dell’individuo in questione e di conseguenza del contesto sociale in cui è inserito. Questo naturalmente comporta dei costi iniziali che dovrebbero essere sostenuti sia dalle imprese che così investono sul proprio futuro, sia dagli enti preposti a sostenere questo ma che sono destinati a tradursi in un risparmio a livello globale in termini di salute e di qualità della vita.  Fino ad oggi invece è accaduto il contrario: chi aveva possibilità di farlo ha utilizzato parte dei suoi guadagni per  accrescere la propria formazione, a proprie spese quindi, gli altri, il cui stipendio oggi non è più sufficiente nemmeno a garantire il soddisfacimento dei bisogni primari, vedono sempre più riddotta la possibilità di reimpiego anche in considerazione del fatto che, per effetto del fenomeno del immigrazione o  per effetto della delocalizzazione delle imprese e conseguente flessione del costo del lavoro, è più facile trovare chi è costretto a svolgere  lo stesso lavoro secondo uno standard inferiore di sicurezza e di retribuzione. Questo ha portato ad una redistribuzione delle ricchezze: da un lato un numnero ristretto di persone che detengono una forte somma di denari e dall’altro milioni di persone che versano in difficoltà e conomiche e con scarse prospettive di vivere una vita serena e costruttiva. Dovremmo però ricordarci una cosa: una grande piramide sta in piedi solo se la base è stabile e sana. Se dalla base continuo a togliere  mattoni ad un certo punto il crollo sarà inevitabile. Il benessere  di un paese è data dal benessere di molti e non dalla ricchezza di pochi.

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